Azione a tutti i costi

In un precedente articolo dedicato a Henry Rider Haggard, creatore del celebre Allan Quatermain e autore de Le miniere di re Salomone, avevo sottolineato l’abile uso che lo scrittore inglese fa dell’ironia e delle battute che, inframezzate alle scene d’azione, stemperano la tensione. Un metodo ed uno stile che sarà poi sfruttato anche da Spielberg per i suoi Indiana Jones.

Per non sembrare un vecchio bacucco che vive nel passato ogni tanto guardo anche qualche film d’avventura più recente e ieri mi sono imbattuto nell’ultimo Tomb Rider, uscito nel 2018.
Il film si apre con un’atletica Alicia Vikander, la nuova Lara Croft, che affronta un’altrettanto atletica avversaria in un incontro amichevole di lotta. Nulla di sensazionale fin qui. In breve si passa ad un rocambolesco inseguimento in bici per le vie di Londra, poi ad un inseguimento ad Hong Kong con tanto di scazzottata, poi uno spettacolare e catastrofico naufragio su un’isola giapponese, poi sparatorie, fughe, inseguimenti, combattimenti, altre sparatorie e altre scazzottate in un parossismo del parossismo del parossismo, una serie interminabile di scene d’azione che non lasciano spazio a nulla se non alla preparazione della prossima scena d’azione. Di battute ironiche neanche una a pagarla oro.
Non volendo avevo trovato la perfetta antitesi dello stile haggardiano.

Alicia Vikander nei panni di una cazzutissima Lara Croft.

Non voglio dilungarmi qui in una critica sul film né sulla discutibile tendenza moderna di realizzare film basati sui videogiochi, preferisco piuttosto concentrarmi sull’antitesi cui ho accennato nel paragrafo precedente.
Da amante dei film d’azione degli anni ’80 e ’90 prediligo sequenze concitate stemperate poi da battute che strappano una risata – ve lo ricordate John McClane nei primi tre Die Hard?
Sembra che io stia semplicemente parlando dei miei gusti personali, tuttavia essi poggiano sull’osservazione oggettiva di tecniche narrative: se la tensione non viene mai stemperata, allora la successiva scena deve essere ancora più spettacolare e rocambolesca della precedente affinché lo spettatore resti sorpreso, incollato alla sedia e non avverta una sensazione di ripetizione. E la scena che segue a quelle deve essere di una tacca più spettacolare, in un crescendo che finisce per sfociare nella gratuità, nella stucchevolezza e nell’improbabile.
Aumentare il ritmo e la tensione, quindi, non è più un mezzo della narrazione, diventa il fine. Gli sceneggiatori, il regista e le maestranze debbono inventarsi di tutto e di più, al punto che vediamo la nostra Lara, dopo essere caduta in un fiume, aggrapparsi al relitto arrugginito di un aereo per evitare di cadere in un baratro spaventoso, che ricorda un abisso lovecraftiano. La carcassa metallica è sospesa in maniera precaria tra la riva ed una grossa roccia ed il suo deplorevole stato innesca altre scene d’azione a raffica: l’ala su cui cammina Lara che si spezza, l’aereo che scivola fino a restare sospeso nel vuoto, la cabina di pilotaggio che cede, Lara che infine trova un paracadute, ma poi si scopre che il paracadute è tutto sdrucito, eccetera, eccetera.

Questo film non è ovviamente l’unico a ricorrere ad un utilizzo parossistico ed esagerato dell’azione, anche certa narrativa d’avventura lo fa, con opere che sembrano più sceneggiature hollywoodiane che romanzi. Un buon esempio è Amazzonia, di James Rollins, di cui forse parlerò in un articolo più avanti. Il risultato finale dell’impiego di una tale tecnica è senz’altro spettacolare ma poi resta ben poco del film o del romanzo, se non un senso di sazietà da abbuffata che rasenta il soffocamento. Forse, per citare un altro celebre film d’azione con qualche battuta ironica, sono io che sono troppo vecchio per queste stronzate.

Voi che stile preferite? Quello haggardiano o quello alla Tomb Rider?

Stoccate d’inchiostro: combattimenti, stile ed armi nella letteratura (IV)

[Prosegue il combattimento tra Elric e un gruppo di creature del caos di cui abbiamo iniziato a parlare nel precedente articolo di questa rubrica.]

L’antieroe e la spada magica

La neve cadeva più fitta, ora, ma Elric e Maldiluna non vi badavano mentre attendevano un nuovo attacco delle oonai. Maldiluna chiese sottovoce: «Non conosci nessun altro incantesimo, amico Elric?»
L’albino scosse il capo. «Nulla di specifico per scacciare questi esseri. Le oonai hanno sempre servito la gente di Melniboné. Non ci avevano mai minacciati, quindi non avevamo bisogno d’incantesimi per difenderci. Sto cercando di riflettere…»
Le chimere sghignazzarono e urlarono nell’aria, sopra la testa dei due uomini.
Poi un’altra si staccò dal branco e si tuffò verso terra.
«Attaccano individualmente» disse Elric, in tono neutro, come se studiasse un gruppo d’insetti chiusi in una bottiglia. «Non attaccano mai in branco. Non so perché.»
L’oonai si era posata al suolo, e adesso aveva assunto la forma di un elefante con un’enorme testa da coccodrillo.
«Non è una combinazione estetica» commentò Elric.
Il suolo tremò mentre il mostro si avventava alla carica contro di loro.
Si piazzarono spalla a spalla, mentre si avvicinava. Stava per piombar loro addosso…
… e all’ultimo momento si divisero: Elric si buttò da una parte, Maldiluna dall’altra.
La chimera passò in mezzo, e Elric la colpì al fianco con la spada stregata.
Tempestosa cantò un canto quasi osceno mentre addentava profondamente la carne dell’essere, il quale cambiò all’istante e divenne un drago dalle fauci che stillavano un veleno infuocato.
Ma era ferito gravemente.
Il sangue fiottava dal profondo squarcio, e la chimera urlava e mutava continuamente forma quasi cercando un aspetto in cui la ferita non potesse esistere.
E il nero sangue zampillava dal fianco, come se lo sforzo delle continue metamorfosi avesse dilaniato ancora di più quel corpo.
La chimera si accasciò sulle ginocchia, e la lucentezza sbiadì dalle piume, svanì dalle scaglie, scomparve dalla pelle. Scalciò e poi restò immobile. Era un essere pesante, nero, porcino, tozzo: la cosa più brutta e ripugnante che Elric e Maldiluna avessero mai visto.
Maldiluna borbottò: «Non è difficile capire perché un essere simile voglia cambiare forma…» Alzò la testa.
Stava scendendo un’altra chimera.
Questa aveva l’aspetto di una balena alata, ma con le zanne ricurve simili a quelle di un pesce-stomaco e la coda simile a un enorme cavatappi.
E mentre atterrava cambiò di nuovo forma.
Ora aveva assunto un aspetto umano. Era una figura enorme, bellissima, alta il doppio di Elric. Era nuda e perfettamente proporzionata, ma aveva lo sguardo assente e le labbra sbavanti di un bambino idiota. Corse agilmente verso di loro, protendendo le immense mani per afferrarli, come un bimbo che vuole prendere un giocattolo.
Questa volta Elric e Maldiluna colpirono insieme, uno per parte. L’affilata spada di Maldiluna intaccò profondamente le nocche di una mano e quella di Elric tranciò due dita prima che l’oonai mutasse di nuovo forma e diventasse prima una piovra, poi una tigre mostruosa, poi una combinazione dell’una e dell’altra, e infine un macigno con una grande fenditura che scopriva bianchi denti feroci.
Ansimanti, i due uomini attesero che tornasse all’attacco. Alla base del macigno colava un po’ di sangue, e questo diede un’idea a Elric.
Con un grido balzò avanti, alzò la spada sopra la testa e l’abbassò violentemente sulla sommità della pietra, fendendola in due.
Un suono simile a una risata eruppe dalla spada nera quando la forma squarciata guizzò e divenne un altro di quegli esseri porcini. Era tagliato in due, e sangue e viscere erano sparsi al suolo.
Poi, tra la neve, nel crepuscolo, un’altra oonai discese: aveva forma di un serpente alato, e il corpo arancione ondeggiava in mille spire.
Elric cercò di sferrare colpi a quelle spire, ma si muovevano troppo rapidamente.
Le altre chimere avevano studiato la tattica adottata per uccidere le loro compagne, e adesso avevano valutato le capacità delle loro vittime. Quasi immediatamente Elric si ritrovò con le braccia bloccate contro i fianchi dalle spire e si sentì sollevare, mentre una seconda chimera, assunta la stessa forma, si precipitava su Maldiluna per catturarlo nell’identico modo.
Elric si preparò a morire com’erano morti i cavalli. Si augurò di morire in fretta e non a poco a poco per mano di Theleb K’aarna, che gli aveva promesso una morte lenta.
Le ali scagliose battevano, possenti. Ma il grugno non si abbassò per staccargli la testa.
Si sentì invadere dalla disperazione quando si accorse che lui e Maldiluna venivano trasportati in volo verso nord, sopra la grande steppa lormyriana.
Senza dubbio Theleb K’aarna li attendeva al termine del loro viaggio.

Illustrazione di James Cawthorn

Dopo il vano tentativo di farsi aiutare dal suo incostante patrono, come avevamo visto nel precedente articolo di questa rubrica, Elric è costretto ad affrontare le oonai faccia a faccia, facendo affidamento esclusivamente sulla sua spada senziente, Tempestosa, e sul suo compagno di viaggio, l’umano Maldiluna.
Le chimere cambiano continuamente forma, cercando quella più adatta agli avversari e alla situazione. La loro tattica è semplice: procedono per tentativi, attaccando una alla volta, inizialmente a caso, andando al macello. Le oonai sono tuttavia pericolose perché assai adattabili: una volta sacrificati due dei loro per studiare Elric e Maldiluna, trovano la forma adatta a sopraffare i nemici e i nostri eroi vengono rapidamente catturati.
Elric, come abbiamo già detto, non è un combattente esperto, la sua forza gli deriva da Tempestosa, che gioisce della strage che compie il suo portatore; la sua tecnica nell’affrontare le gigantesche oonai è piuttosto semplice e consiste nel separarsi all’ultimo momento dal suo compagno per spiazzare il nemico e sferrare un colpo a sorpresa. Una tecnica che sembra efficace, finché le chimere attaccano una per volta, ma lo è per poco e, nonostante venga modificata un po’ durante il secondo scontro, non consente ad Elric e Maldiluna di sconfiggere tutti i loro avversari, che si rivelano troppo adattabili.
Tempestosa, da sola, non basta a vincere il combattimento. La spada di Elric è animata da una volontà sanguinaria e distruttrice, il suo scopo è nutrirsi di anime, e non stupisce che essa lo porterà alla rovina: alla fine sarà Elric a lavorare per lei e non il contrario, come ci si aspetterebbe da un’arma magica.

Alla saga di Elric abbiamo dedicato un apposito articolo: chiunque volesse approfondire l’opera di Michael Moorcock vi troverà anche una puntata del nostro podcast.

Fonti: Elric. La saga, di Michael Moorcock, 2019, Mondadori Editore (Oscar Draghi); l’immagine in copertina è di Robert Gould.

Hammer

Hammer è un fumetto italiano di fantascienza edito da Star Comics, i cui tredici albi, più il numero 0, sono usciti tra il 1995 e il 1996. Nonostante la sua breve vita editoriale, Hammer è una testata di notevole interesse, capace come è di spaziare tra vari sottogeneri della fantascienza, dalla golden age al cyberpunk passando per i robottoni alla Gundam.

Interessanti sono anche i suoi tre personaggi Helena Svensson, Swan Barese e John Colter, un gruppo di antieroi di cui parliamo in maniera approfondita in questo episodio del nostro podcast:

Nel 2014 la Mondadori Comics ha pubblicato una nuova edizione del fumetto, arricchendo e modificando una parte dei contenuti, incluso il finale.

Le miniere di Re Salomone, di Henry Rider Haggard

Il nostro viaggio nella letteratura d’avventura prosegue con un altro maestro del genere e un altro personaggio entrato nella leggenda: stiamo parlando, rispettivamente, di Henry Rider Haggard e del suo celeberrimo Allan Quatermain.
Ci siamo soffermati sul romanzo più noto che vede Quatermain come protagonista, ovvero Le miniere di Re Salomone, un’opera che è stata poi liberamente adattata in italiano, con il titolo Le caverne dei diamanti, da un altro maestro dell’avventura, Emilio Salgari. Ne parliamo in maniera approfondita in un episodio del podcast, evidenziando come Le miniere di Re Salomone contenga alcuni elementi tipici e ben definiti della letteratura d’avventura che verranno ripresi non solo in romanzi successivi ma soprattutto nel cinema.
Buon ascolto.

Le miniere di Re Salomone ebbe tre adattamenti cinematografici, uno del 1937, che vede un meraviglioso Cedric Hardwicke nei panni di Quatermain, uno del 1950 con Deborah Kerr e Stewart Granger ed infine uno, pessimo, del 1985 con Richard Chamberlain e Sharon Stone. Non manca un adattamento per la TV, una miniserie in due episodi con Patrick Swayze, uscita nel 2004.

Un fotogramma del film del 1937.
Un fotogramma del film del 1950.
Un fotogramma del film del 1985.

Allan Quatermain è stato utilizzato anche da Alan Moore come uno dei membri de La lega degli straordinari gentleman, una splendida graphic novel che è stata trasposta nel 2003 in un po’ meno splendido film.

Fonti: Henry Rider Haggard, Le miniere di Re Salomone, Donzelli Editore, 1995; Alan Moore & Kevin O’Neil, La lega degli straordinari gentleman, Bao Publishing, 2013.

Il ciclo dei pirati della Malesia

Abbiamo deciso di iniziare il nostro viaggio nel mondo dei libri di avventura con uno degli autori più importanti del genere, il più importante in Italia, che ha appassionato più di una generazione narrando le scorribande e le imprese di arditi pirati in terre lontane ed esotiche. Stiamo parlando di Emilio Salgari, un nome ben noto a chi ha qualche anno sulle spalle e qualche capello bianco in testa, forse un po’ meno ai giovani.
Considerata la vastità dell’opera salgariana dedicheremo all’autore veronese più di un articolo, ciascuno concentrato su un singolo ciclo letterario. Il primo riguarda le avventure di Sandokan, Yanez, Tremal-Naik e Kammamuri, che coprono un arco di ben undici libri. Anche in questo caso abbiamo preferito limitare il nostro discorso ai primi tre libri: Le tigri di Mompracem introduce le vicende di Sandokan e Yanez in Malesia, I misteri della jungla nera quelle, del tutto separate, di Tremal-Naik e Kammamuri in India, I pirati della Malesia, infine, le intreccia, facendo incontrare tutti e quattro i personaggi.

Per chi fosse interessato ad entrare nel merito dello studio sulla vita e le opere di Salgari, che non è lo scopo di questo né dei successivi articoli, riportiamo un elenco dei lavori più recenti, dal 1975 al 2010, raccolti in un file pdf.
Chi invece fosse interessato a leggere le avventure di Sandokan può passare in edicola: stanno infatti uscendo tutti i libri di Salgari in una bellissima edizione di cui abbiamo parlato in questo articolo.

Sandokan, interpretato in tv e sul grande schermo da Kabir Bedi.

Commento personale

Rileggere Salgari dopo una trentina d’anni – mi ero scordato tutto e mi erano rimaste solo vaghe suggestioni – è stata inizialmente una delusione che poi si è tramutata in piacevole sorpresa man mano che i libri scorrevano e ancora scorrono.
Non ricordo se e quanto all’epoca Le tigri di Mompracem mi abbia entusiasmato, ora l’ho trovato mediocre e ripetitivo. L’innesco della trama è improbabile: Sandokan sente parlare di una fanciulla inglese, Marianna Guillonk, di una bellezza tale da meritare il soprannome di Perla di Labuan e ciò basta a farlo invaghire e convincerlo a partire, con alcuni tigrotti al seguito, per la vicina isola governata dai nemici inglesi con il solo scopo di vedere Marianna. Solo l’inevitabile e ampiamente previsto scontro con gli inglesi rende il romanzo un minimo avvincente e scorrevole e bilancia il ripetitivo struggimento di Sandokan per Marianna e gli altrettanto ripetitivi e continui lampi emessi dagli occhi di Sandokan, bastanti probabilmente a generare elettricità per una piccola nazione. Ciò che merita, ed emergerà ancor più nei romanzi successivi, è la bravura di Salgari nel descrivere gli ambienti in cui si svolgono tali vicende: lo scrittore veronese immerge con mirabile efficacia il lettore in ambienti lontani ed esotici che lui non ha nemmeno visto e di cui ha solo letto.
Successivamente ho approcciato I misteri della jungla nera con poco entusiasmo ma mi sono dovuto ricredere: il libro si apre con un mistero, appunto, l’assassinio di uno dei compagni dell’indiano Tremal-Naik nelle Sunderbunds; non si sa chi sia stato né perché. L’inizio è ben più intrigante di quello de Le tigri di Mompracem, così come il seguito, fatto di fughe, inseguimenti, pericolosi sotterranei e nemici implacabili, i thug capeggiati dal perfido Suyodhana. Il ritmo e la trama sono degni di Indiana Jones e il tempio maledetto, se non migliori. In questo romanzo esplode il gusto di Salgari per l’esotico e i misteri d’oriente, la sua scrittura cattura il lettore con un’irresistibile fascinazione e lo trasporta ora nel cuore della jungla, ora nelle strade di città lontane, comunque sempre al centro dell’avventura. La sensazione di trovarsi immersi negli ambienti descritti è molto più viva che nel precedente romanzo. Il finale, con una frase ad effetto del cattivo che promette di tornare, spinge abilmente a proseguire la lettura con il libro successivo. Il romanzo è decisamente migliore del precedente, nonostante ne riprenda alcuni tratti, tra cui l’amore travagliato e quasi impossibile per una giovanissima ragazza e Tremal-Naik, che finisce per essere il clone di Sandokan.
I pirati della Malesia riunisce infine le vicende dei protagonisti dei primi due libri in un crossover degno di Hollywood.

Fonti: Emilio Salgari, Tutte le avventure di Sandokan, Newton Compton editori, 2011.

Avventure in Edicola: Salgari

A fine agosto un amico, il “Calamaio” per chi segue il podcast, mi manda una foto di Sandokan alla riscossa con una bellissima copertina e impacchettato in confezione lancio da edicola.

La prima uscita della nuova edizione dei romanzi di Salgari.

In quei giorni stavo già rileggendo alcune opere dello scrittore veronese perché avevamo in programma di dedicare a Salgari almeno due puntate del podcast (una, nel frattempo, l’abbiamo già pubblicata) e qualche articolo qui sul blog, tuttavia non ho dato molto peso al messaggio del Calamaio né sono stato preso dall’impulso irrefrenabile all’acquisto che mi assale quando vedo un libro che può interessarmi o piacermi; neanche il prezzo ridicolmente basso mi ha indotto in tentazione. Non sono abituato a comperare libri in edicola, prediligo le librerie, e probabilmente non volevo impelagarmi in una collana interminabile come era già accaduto in passato.

A sinistra la quarta uscita della collana edita da RBA Italia, a destra due pagine de Il figlio del corsaro rosso.

Dopo un mese, senza troppa convinzione, decido di acquistare un volume, giusto per curiosità e per vedere come fosse stata realizzata e curata questa edizione. In edicola trovo l’ultima uscita, I pirati della Malesia, chiuso in un triste ed anonimo involucro di plastica scrocchiante che lascia vedere la notevole copertina e l’ancor più bella costa. Prezzo: 9,99 €, assai contenuto per un libro che si presenta così bene. Arrivato a casa apro la confezione e prendo a sfogliarlo: è un’edizione integrale, stampata con cura e sobrietà e arricchita dalle illustrazioni originali che gli editori di Salgari (Bemporad e Donath, ad esempio) avevano commissionato all’epoca. È stata una sorpresa gradita ritrovarsi tra le mani un libro del genere, bello e curato, che fa tornare, con le sue copertine originali in stile liberty e le illustrazioni interne, agli anni in cui Salgari scriveva.

È finita che mi sono innamorato di questa collana e sto acquistando settimanalmente ogni nuova uscita (siamo alla sesta attualmente), con la malsana idea di completare l’intera collana. In fondo sono solo ottanta volumi, cosa sarà mai.
L’unico difetto che finora ho trovato in questa edizione è la totale casualità con cui escono i vari titoli, che non rispettano né l’ordine cronologico originario né tantomeno sono raggruppati tra loro per cicli.
Se capitate in edicola consiglio di dare un’occhiata a questa notevole pubblicazione.

A breve pubblicheremo qui un articolo sul ciclo di Sandokan, che sarà poi seguito da uno sul ciclo dei corsari delle Antille.
A proposito, qual è il vostro romanzo di Salgari preferito?

La prossima sporca dozzina

Episodio atipico quello odierno del podcast, dal momento che non parliamo di un’opera specifica bensì raccontiamo di quali opere, tra libri, film e fumetti, ci occuperemo nei prossimi dodici episodi, episodi a cui corrisponderanno altrettanti articoli qui sul blog.
Riportiamo qui la lista degli autori e delle opere di cui tratteremo, premettendo che l’ordine non sarà necessariamente questo:

  • Il ciclo di Sandokan e il ciclo dei corsari, di Emilio Salgari (una puntata a ciclo);
  • Le miniere di re Salomone, di Haggard;
  • Predator, di John Mc Tiernan;
  • I tre moschettieri, di Alexandre Dumas;
  • Il grande sonno, di Raymond Chandler;
  • Hammer, fumetto edito da Star Comics;
  • Fanteria dello spazio, di Robert Heinlein;
  • Ventimila leghe sotto i mari, di Jules Verne;
  • La ricerca onirica dello Sconosciuto Kadath, di H. P. Lovecraft;
  • La trilogia del dollaro, di Sergio Leone;
  • Il mondo perduto, di Arthur Conan Doyle.
L’episodio può essere scaricato qui.

Siamo in cerca di collaborazioni sia per il podcast che per il blog e chi fosse interessato sarà il benvenuto e può lasciarci un messaggio nei commenti o nella pagina riservata ai contatti. Vi aspettiamo.

L’esilio, di R. A. Salvatore

Insieme a Margaret Weis e Tracy Hickman, R. A. Salvatore è uno dei più noti e importanti scrittori fantasy legati a Dungeons & Dragons e alle sue ambientazioni. Se Weis & Hickman hanno creato e sviluppato la Dragonlance, Salvatore è legato ai Forgeotten Realms e all’Underdark, un intero continente sotterraneo dove non vi è luce e che è popolato per lo più da creature ostili che si sono adattate ad un ambiente altrettanto ostile. Il personaggio più famoso nato dalla penna dello scrittore americano è senz’altro Drizzt Do’Urden, un drow che, rifiutando la spietata moralità dei suoi simili, si allontana dalla sua stessa comunità e dalla città in cui viveva ed inizia ad esplorare il mondo circostante, il cupo e pericoloso Underdark.
Drizzt è il protagonista di vari romanzi, in questo articolo ci limitiamo alla Trilogia degli elfi scuri, che comprende i libri Homeland (1990), Exile (1990) e Sojourn (1991). Mentre nel primo si narra dell’addestramento e della vita di Drizzt nella capitale dei drow, Menzoberranzan, è nel secondo che il nostro elfo viaggia nel vasto continente sotterraneo, conoscendo i suoi abitanti, la sua geografia e le numerose insidie che nasconde. L’esilio racconta di un viaggio in un mondo cupo e affascinante, che il lettore scoprirà pagina dopo pagina insieme al protagonista che, per tutta la sua vita precedente, era rimasto negli immediati paraggi della capitale drow. Il libro non è solo il resoconto di un viaggio, è anche e soprattutto l’esplorazione ed la crescita della socialità di Drizzt: l’elfo lascia infatti Menzoberranzan con la sua pantera Guenhwyvar come unica compagna e, ritrovandosi isolato nella vastità dell’Underdark, sente che, senza alcune relazioni sociali, rischia di impazzire; da qui la ricerca del contatto con le altre creature senzienti che popolano il continente sotterraneo e la scoperta di valori sociali, quali l’amicizia, che per un drow sono quasi sconosciuti o sono vissuti in maniera distorta e malata.
Abbiamo approfondito l’argomento e l’esplorazione dell’Underdark in un episodio del nostro podcast. Buon ascolto.

Fonti: R. A. Salvatore, L’esilio, Armenia Editore, 2018.

American Gods e Epigoni

Mi sono sempre chiesto che cosa succeda agli esseri di natura divina quando gli emigranti lasciano la terra natale. Gli americani di origine irlandese ricordano le fate, quelli di origine norvegese i nisser, quelli di origine greca le vrykólakas, ma soltanto in relazione a eventi legati al paese d’origine. Un giorno, quando domandai perché in America non si avessero notizie di questi esseri, le mie fonti ridacchiarono confuse, prima di rispondere: «Hanno paura di attraversare l’oceano, è troppo lontana, l’America», e poi mi fecero notare che qui, in fondo, non erano venuti nemmeno Cristo e gli Apostoli.

Richard Dorson, A Theory for American Folklore, in American Folklore and the Historian, University of Chicago Press, 1971.
Un’immagine di Epigoni, realizzata da Caterina Ferrante.

È con questa interessante citazione che si apre il famoso romanzo American Gods dell’autore britannico Neil Gaiman ed è su tale idea che si sviluppano le vicende narrate nel libro, vicende che riguardano lo scontro tra vecchi e nuovi dei. I primi, giunti in America insieme agli emigranti che l’hanno ripopolata, sono ridotti al lumicino, contano su quei pochi sparuti fedeli che a stento si ricordano di loro, tirano a campare e progettano di far mangiare la polvere ai secondi, tronfi e ignoranti, nati nel brodo del consumismo e del capitalismo.
American Gods ha ispirato un autore italiano, Nicola Santagostino, per la creazione di Epigoni, un gioco di ruolo che sarà pubblicato da Tin Hat Games e andrà a breve in Kickstarter. Abbiamo intervistato Nicola a proposito di American Gods e con lui abbiamo parlato del romanzo di Neil Gaiman, del suo gdr, di narrazione e delle sue tecniche, e di quanto la narrazione sia un aspetto fondamentale nella vita umana.
Buon ascolto.

Fonti: Neil Gaiman, American Gods, Arnoldo Mondadori Editore, 2002.

Il segno dei due

Estate 1921. Una nuova moda affascina l’Inghilterra: l’occultismo. Nelle residenze aristocratiche non passa giorno senza una seduta spiritica: ormai spettri ed ectoplasmi hanno preso il posto del bridge. Capofila della corrente “esoterica” è Sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes; leader dei “razionalisti” è invece il leggendario mago Houdini, per cui tutto è un trucco.
Capita, così, che Doyle e Houdini vengano invitati in un maniero del Devon per una seduta spiritica. Il padrone di casa è un Lord di simpatie comuniste, l’ultimo della sua dinastia. Ma mentre i tavolini traballano sotto lo sguardo perplesso di Phil Beaumont (guardia del corpo di Houdini), si ode uno sparo e si scopre un cadavere in una camera chiusa dall’interno: un mistero troppo ghiotto per il mago e lo scrittore, che naturalmente non resistono alla tentazione di risolvere il caso.
Più facile a dirsi che a farsi, tuttavia, perché questo omicidio sembra sfidare ogni logica umana. Dunque, come venirne a capo? Come individuare movente e colpevole? Come risolvere l’enigma di un delitto tecnicamente impossibile? Forse ricorrendo alle armi dell’illusione, della magia, inscenando un pericolosissimo gioco di prestigio al servizio della verità… [1]

Sir Arthur Conan Doyle

Il segno dei due è un piccolo gioiello di grazia, arguzia, investigazione e suspense. È un giallo incantevole in cui, pagina dopo pagina, l’autore costruisce un perfetto meccanismo narrativo, ricreando lo stile, l’atmosfera, la forza incantatoria dei grandi maestri del genere quali Agatha Christie e lo stesso Conan Doyle, con in più una diabolica ironia che rinvia alle pagine più beffarde e divertenti di Mark Twain e Ambrose Bierce. [1]
A questo romanzo abbiamo dedicato una puntata del podcast, in cui approfondiamo le interessantissime biografie dei due protagonisti, Conan Doyle e Houdini, ed il loro contrapposto modo di trattare lo spiritismo.

Parlando poi di gioco di ruolo e di narrazione Il segno dei due è una lettura che consigliamo vivamente: è infatti un notevole esercizio di stile su come gestire i power-players e i personaggi famosi e ingombranti, intessendo una trama interessante attorno ad aspetti secondari della loro biografia.

Harry Houdini e Sir Arthur Conan Doyle. La loro amicizia s’interruppe proprio a causa dei loro modi diametralmente opposti di approcciarsi al fenomeno dello spiritismo, modi che erano divenuti inconciliabili.

Fonti: [1] Walter Satterthwait, Il segno dei due, Hobby & Work, 2006.