Insidious e The Conjuring a servizio della scienza: lo studio

Ebbene sì, Insidious e The conjuring, il secondo per la precisione, sono stati utilizzati in un esperimento scientifico avente come scopo lo studio della paura acuta e sostenuta negli esseri umani. L’esperimento è stato condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Turku, in Finlandia, ed è stato pubblicato in un paper uscito nel 2020 sulla rivista scientifica Neuroimage1.

In questo episodio dirò certamente qualcosa sull’esperimento ma non mi soffermerò sui dettagli tecnici e scientifici, perché non mi occupo di queste cose qui a La biblioteca del gatto rosso. Mi concentrerò piuttosto sulla parte più vicina agli argomenti che tratto di solito: esaminerò nel dettaglio il processo che ha portato alla scelta dei due film impiegati nell’esperimento e questo ci permetterà di fare alcune considerazioni interessanti sul cinema horror.

Anzitutto vediamo di che tratta il paper, almeno per sommi capi.

Lo studio

Scopo dello studio

La paura è una delle emozioni fondamentali per la sopravvivenza, poiché permette di riconoscere e affrontare i pericoli. Questo studio ha analizzato le risposte cerebrali alla paura, distinguendo tra paura acuta e paura sostenuta. Comprendere questi meccanismi può avere importanti applicazioni in neuroscienze, in psicologia e per trattare i disturbi d’ansia.

Per esaminare questi fenomeni in un contesto “realistico”, i ricercatori hanno utilizzato un metodo innovativo: invece di stimoli isolati come immagini o suoni, hanno fatto vedere due film horror ai partecipanti (Insidious e The Conjuring 2 per la precisione), monitorando la loro attività cerebrale tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI). L’obiettivo era osservare come il cervello elabora la paura in situazioni “naturali” e prolungate. Riguardo al contesto realistico dell’esperimento farò qualche osservazione più avanti.

Differenza tra paura acuta e sostenuta
  • Paura acuta: è una risposta immediata e intensa a uno stimolo improvviso, come un jump scare in un film horror. È associata a un modello distintivo di attività neurale distribuita attraverso varie aree del cervello. Questo circuito distribuito consente la rapida individuazione e valutazione della minaccia e prepara il corpo a reagire.
  • Paura sostenuta: si manifesta come una sensazione di tensione e ansia che si sviluppa nel tempo, come durante una scena inquietante prima di un evento spaventoso. Questa forma di paura amplifica principalmente le risposte sensoriali.
  • Più in dettaglio: i sistemi della paura non si attivano solo quando si affronta un pericolo concreto, ma giocano anche un ruolo fondamentale nel mantenere alta la vigilanza in situazioni di incertezza o ambiguità. Questo accade quando l’ambiente suggerisce o sembra suggerirci la possibilità di una minaccia, anche se questa non è ancora chiaramente visibile. In questi casi, il cervello entra in uno stato di paura sostenuta, che genera sensazioni soggettive come ansia, tensione, suspense o un vago senso di inquietudine. Si tratta di una sorta di preparazione, di stato di allerta che ci aiuta a essere pronti nel caso in cui il pericolo si concretizzi davvero. Altre ricerche hanno dimostrato che le minacce percepite come lontane, sia nello spazio che nel tempo, attivano aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione cognitiva della paura. Questo significa che il cervello utilizza processi complessi di analisi delle informazioni e richiamo della memoria per valutare la situazione e decidere come reagire nel modo più efficace e flessibile possibile. Al contrario, quando il pericolo è immediato e vicino, la risposta della paura diventa più istintiva e automatica. Il cervello attiva il classico meccanismo di “attacco o fuga”, che ci prepara a reagire rapidamente con un’azione diretta per affrontare o evitare la minaccia nel minor tempo possibile.
Metodi impiegati
  • Partecipanti: 37 volontari hanno preso parte all’esperimento, guardando i film mentre veniva monitorata la loro attività cerebrale con fMRI. Sono stati selezionati individui senza disturbi neurologici o d’ansia per ottenere risultati più affidabili. Questi 37 volontari sono stati divisi in due gruppi: 18 hanno visto The Conjuring 2 e 19 hanno visto Insidious.
  • Tecniche di analisi: gli scienziati hanno esaminato l’attivazione delle diverse aree cerebrali e la comunicazione tra di esse nei momenti di maggiore paura e tensione, per determinare schemi distinti per la paura acuta e sostenuta.
  • Dati comportamentali: ai partecipanti è stato chiesto di valutare il livello di paura percepito in tempo reale, per confrontarlo con i cambiamenti nell’attività cerebrale registrati dalla fMRI. Per la precisione queste valutazioni sono state chieste a 25 volontari, di cui 11 sono stati sottoposti contemporaneamente anche alla risonanza magnetica, mentre gli altri 14 hanno partecipato solo alla valutazione soggettiva della paura.
    Come sono stati ottenuti questi dati comportamentali? E che funzione hanno svolto di preciso nell’esperimento? Immaginiamoci i partecipanti seduti davanti a uno schermo, con le cuffie che trasmettono i suoni inquietanti del film. Accanto, un dispositivo con un cursore che possono spostare su una scala da 0 a 1, dove 0 significa “nessuna paura” e 1 “massima paura”. Il compito era semplice: muovere il cursore in tempo reale per indicare il livello di paura percepito. La posizione del cursore veniva monitorata a una frequenza di 5 Hz, permettendo una registrazione continua e dettagliata delle variazioni nel livello di paura percepito dai partecipanti nel tempo. Quindi non un semplice “Quanto ti sei spaventato?” chiesto alla fine del film, ma una registrazione istante per istante di come la paura variava durante la visione. E perché questa valutazione personale era così importante? Perché permetteva di confrontare le sensazioni soggettive con le risposte cerebrali registrate dalla fMRI. Se in un determinato momento tutti i partecipanti segnalavano un picco di paura, si poteva predire e poi verificare quali aree del cervello si attivavano proprio in quel frangente. Questo ha consentito di distinguere tra i due tipi di paura: quella acuta, improvvisa, legata ai classici jump-scare, e quella sostenuta, che cresce lentamente mentre l’ansia aumenta per qualcosa che ancora deve accadere. Inoltre, analizzando questi dati, gli scienziati hanno scoperto un fenomeno affascinante: più la paura aumentava, più i cervelli dei partecipanti si sincronizzavano tra loro. Come se l’emozione della paura creasse una sorta di “connessione invisibile” tra le persone, allineando in qualche modo le loro reazioni cerebrali e portando ad una sincronizzazione non solo delle risposte neurali ma anche dell’esperienza soggettiva. Ma c’era un altro fattore da tenere sotto controllo: gli studiosi dovevano assicurarsi che i dati sulla paura non fossero influenzati da elementi estranei. Ad esempio, una scena con un suono improvviso o una forte variazione di luminosità potrebbe generare una reazione intensa non per il contenuto spaventoso, ma per lo stimolo sensoriale stesso. Per questo hanno analizzato la correlazione tra le valutazioni di paura e parametri come la luminosità e il volume del film, verificando che le risposte non fossero guidate solo da questi fattori.
  • Ma non basta: gli studiosi hanno anche esaminato se il movimento della testa dei partecipanti nella macchina fMRI fosse collegato alla paura. Perché? Perché quando ci spaventiamo, tendiamo a muoverci di più, magari sobbalzando o contraendoci. E infatti, hanno trovato una leggera correlazione tra i livelli di paura e i movimenti della testa, anche se questi ultimi sono stati eliminati dall’analisi per evitare distorsioni nei dati. Tutto questo lavoro minuzioso ha permesso di creare un quadro dettagliato e rigoroso dell’esperienza della paura al cinema, rendendo i risultati dello studio non solo più precisi, ma anche più vicini alla realtà delle nostre emozioni.
Risultati principali
  • Paura acuta: durante i jump scare, il cervello ha mostrato un’attivazione intensa in regioni come l’amigdala, il talamo, la corteccia prefrontale e la corteccia cingolata (ma non solo). Queste aree sono fondamentali per elaborare rapidamente la minaccia e innescare una risposta immediata ed erano già state identificate come tali in studi precedenti a questo2.
  • Paura sostenuta: nei momenti di tensione prolungata, si è osservata una maggiore comunicazione tra le aree cerebrali responsabili dell’elaborazione emotiva e della memoria. Ciò indica che la paura sostenuta coinvolge processi cognitivi più complessi rispetto alla paura acuta.
  • Connessioni cerebrali: la paura sostenuta ha portato a una maggiore cooperazione tra le regioni cerebrali legate all’attenzione, alla percezione sensoriale e alle emozioni, suggerendo che il cervello si adatta attivamente agli stati di paura prolungata.
Conclusioni

Lo studio ha dimostrato che la paura acuta e la paura sostenuta attivano circuiti cerebrali distinti, ma interconnessi (abbiamo visto che il cervello si adatto a passare da uno stato all’altro a seconda della situazione). La paura acuta è una reazione immediata a una minaccia improvvisa, mentre la paura sostenuta aiuta a mantenere lo stato di allerta e a prepararsi a un potenziale pericolo.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere non solo il funzionamento della paura, ma anche i meccanismi alla base di disturbi d’ansia e stress cronico. I risultati potrebbero avere applicazioni pratiche in psicologia e medicina, contribuendo allo sviluppo di nuove strategie terapeutiche per l’ansia e migliorando la progettazione di esperienze audiovisive nel cinema e nei videogiochi horror. Infine, lo studio sottolinea l’importanza delle neuroscienze nell’analizzare le emozioni in contesti realistici, aprendo la strada a future ricerche sulle risposte del cervello agli stimoli complessi della vita quotidiana.

Gli strumenti utilizzati per suscitare e studiare la paura nelle precedenti ricerche

Negli studi precedenti a questo, sono stati impiegati diversi tipi di simulazioni e tecniche per suscitare e studiare la paura nell’uomo. Tra queste, si annoverano:

  • Brevi clip di film horror. Questi studi, tuttavia, si concentravano principalmente su momenti specifici e brevi sequenze, analizzando la risposta cerebrale prima e dopo un evento spaventoso. Questo approccio non coglie la progressione della paura nel tempo e non permette di analizzare come il cervello gestisce la paura sostenuta.
  • L’interazione dinamica con un predatore virtuale per simulare situazioni di minaccia. Un esempio di questo tipo di esperimento prevedeva che i partecipanti osservassero a schermo un predatore virtuale che si avvicinava lungo un percorso, mentre dovevano decidere il momento giusto per scappare premendo un pulsante. Dopo la pressione, un triangolo che li rappresentava iniziava a muoversi verso l’uscita di sicurezza. Se riuscivano a fuggire prima di essere catturati, ricevevano una ricompensa che aumentava in base al tempo trascorso prima di premere il pulsante, mentre se venivano presi subivano una lieve scossa elettrica. Questo metodo consentiva di studiare come le persone bilanciavano la paura e la necessità di massimizzare la ricompensa, simulando un processo decisionale tipico delle situazioni di pericolo reale.
  • Stimoli controllati, semplici e isolati, quali immagini, suoni o luci. Per le immagini si ricorre di solito all’International Affective Picture System (IAPS), che è un database standardizzato creato proprio per studiare le risposte emotive e l’attenzione nelle ricerche di psicologia e neuroscienze.

Lo studio condotto dall’università di Turku si differenzia da queste tecniche per aver utilizzato film horror completi come stimoli per la paura e per aver adottato metodologie di analisi che permettono di catturare la dinamica temporale e le fluttuazioni della risposta emotiva in condizioni più realistiche e su tempi più lunghi.

Perché usare un film come simulazione?

Come abbiamo visto prima, per comprendere meglio il funzionamento della paura nel cervello umano gli scienziati hanno spesso utilizzato immagini statiche, suoni improvvisi o simulazioni virtuali nei loro esperimenti. Tuttavia, questi metodi presentano limiti significativi, poiché non riescono a replicare la paura nel modo in cui viene vissuta nella realtà quotidiana. Gli ambienti di laboratorio e gli stimoli semplici non forniscono necessariamente un modello ottimale di come il cervello risponde alle sfide di sopravvivenza nel mondo reale. Il cervello si è evoluto per analizzare il mondo e i suoi eventi dinamici e complessi, e le risposte neurali a stimoli complessi non possono essere necessariamente previste combinando statisticamente le risposte a stimoli semplici. Il nostro cervello si è evoluto per rispondere a un mondo complesso e in continua evoluzione piuttosto che a segnali statici e isolati.

I film horror, invece, offrono un’esperienza più coinvolgente e continua, permettendo ai ricercatori di analizzare le reazioni emotive e fisiologiche dei partecipanti in un contesto più realistico.

Come un film horror genera paura

Un film horror ben realizzato costruisce la paura in modo graduale attraverso la narrazione, i personaggi e le scelte registiche. La tensione è dosata in maniera da alternare momenti di ansia crescente a spaventi improvvisi (jump scare). Questa combinazione è fondamentale ed era proprio ciò che i ricercatori dell’università di Turku cercavano.

Oltre alla trama, anche la regia e il comparto sonoro giocano un ruolo chiave nel generare paura, preparando lo spettatore a una reazione ancor prima che il pericolo si palesi sullo schermo.

Paura acuta e paura sostenuta: due aspetti complementari

Un film horror opportunamente scelto permette di studiare le due principali forme di paura oggetto dello studio. Da un lato, la paura acuta si manifesta nei momenti di spavento improvviso, come quando una figura spettrale appare inaspettatamente. Dall’altro, la paura sostenuta si sviluppa lentamente e cresce nel tempo, mantenendo lo spettatore in uno stato di tensione continua. Questo processo coinvolge meccanismi cognitivi più complessi, mantenendo il cervello in uno stato di allerta costante.

L’uso dei film horror negli studi neuroscientifici consente di osservare come il cervello gestisce entrambe queste forme di paura, permettendo di analizzare l’attività cerebrale in tempo reale e di identificare pattern specifici di attivazione neurale.

Un’esperienza immersiva e realistica

A differenza degli altri metodi sperimentali cui abbiamo accennato, guardare un film horror è un’attività comune e familiare, almeno per alcune persone. Di sicuro lo è guardare un film. Analizzare le risposte cerebrali mentre le persone guardano un film consente ai ricercatori di studiare la paura in un contesto più vicino alla vita reale.

Più volte finora abbiamo parlato di un contesto “realistico” a proposito della visione di un film e qui è necessario fare qualche precisazione, perché i film sono fiction, nonostante la serie di The Conjuring si ispiri a fatti reali (anche in questo caso toccherebbe aprire ulteriori parentesi, dal momento che quando si parla dei coniugi Warren realtà e finzione si mescolano). Condurre uno studio come quello di cui sto parlando in un contesto davvero realistico vorrebbe dire buttare i partecipanti in una fossa piena di tigri o serpenti o metterli in scenari alla Saw o alla Hostel, tutte soluzioni non etiche e illegali. È chiaro che i ricercatori devono usare una qualche simulazione efficace per suscitare paura nei partecipanti senza però mettere a repentaglio la loro sicurezza. Ecco dunque che vengono adottati vari tipi di simulazioni, come abbiamo visto prima.

Tra i vari vantaggi dei film horror (prima ne abbiamo visti alcuni) c’è anche il fatto che quando guardiamo un film che sia un minimo ben fatto, siamo convinti di essere lì nella scena, gioiamo e soffriamo insieme ai protagonisti, ovvero i film sono vere e proprie simulazioni. In generale tutte le storie sono in qualche modo simulazioni, ne ho parlato in maniera estesa in altri episodi e nel talk che ho fatto al TerniComics e che penso riproporrò anche qui sul podcast. Un film horror può essere dunque un valido strumento per un esperimento che voglia studiare la paura in un contesto che sia il più realistico possibile ma che non può essere reale. Inoltre, grazie alla durata del film, è possibile monitorare come la paura evolve nel tempo e su tempi relativamente lunghi, modulando la sua intensità in modo più controllato rispetto a esperimenti basati su stimoli brevi, isolati o casuali.

Una scena di The Conjuring 2
Il coinvolgimento del cervello durante la visione

Un film horror attiva molteplici aree cerebrali grazie alla combinazione di immagini, suoni, narrazione e suspense. Durante la visione, la suspense mantiene alta l’attenzione e lo spettatore è chiamato a valutare costantemente il livello di minaccia basandosi su segnali visivi e sonori, che sono dinamici e in evoluzione, non statici.

Questa interazione tra diverse aree cerebrali consente di studiare la paura in modo più approfondito rispetto ai metodi tradizionali che abbiamo menzionato prima.

Conclusione

Utilizzare i film horror per studiare la paura offre numerosi vantaggi: permette di osservare come il cervello reagisce a stimoli prolungati e complessi, e di analizzare l’interazione tra paura acuta e sostenuta, che coinvolge diverse aree cerebrali in maniera simultanea. Questo approccio fornisce una visione più completa delle dinamiche della paura e potrebbe avere importanti applicazioni non solo in ambito neuroscientifico e psicologico, ma anche nella medicina e nell’industria dell’intrattenimento.

Perché sono stati scelti proprio Insidious e The Conjuring 2 per lo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Turku? Lo vedremo nella seconda parte dell’episodio, in cui esamineremo nel dettaglio il questionario preliminare che ha permesso di selezionare questi due film e che ci consentirà di fare alcune considerazioni interessanti. Questa prima parte è stata più che altro una presentazione dello studio e una discussione sul perché due film horror siano finiti in un esperimento di neuroscienze.

Note

  1. Dissociable neural systems for unconditioned acute and sustained fear, di Matthew Hudson, Kerttu Seppälä e altri, NeuroImage 216 (2020). Consultabile e scaricabile su ScienceDirect ↩︎
  2. Vedi la bibliografia all’interno dell’articolo ↩︎

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