Un giallo che stravolge le regole del giallo. E non è stato scritto da un contestatore ribelle tipo Alan Moore o Raymond Chandler, che ha apertamente criticato il giallo all’inglese (ne ho parlato in un vecchio episodio dedicato a Il grande sonno). No, è stato scritto dalla più classica delle autrici di gialli, un nome che balza subito in mente quando si pensa al genere, ovvero Agatha Christie. Con il suo romanzo del 1926 L’assassinio di Roger Ackroyd, l’autrice riesce a gabbare e sorprendere anche (e forse soprattutto) i più accaniti lettori di gialli, stravolgendo le fondamentali regole del genere. Lo vedremo in questo episodio, che è un po’ il seguito ideale di due episodi delle scorse stagioni, dedicati rispettivamente a due classici di Agatha Christie quali Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo e alla struttura del giallo deduttivo.
Di Agatha Christie e della sua vita ho già parlato nel primo di quegli episodi, intitolato “Delitti in viaggio con Agatha Christie”, quindi passo ad occuparmi direttamente del romanzo di oggi. L’episodio è diviso in due parti: nella prima presento L’assassinio di Roger Ackroyd anche per chi non conosce l’opera, nella seconda vedremo perché questo romanzo stravolge il classico giallo all’inglese, quindi ci saranno abbondanti spoiler senza i quali sarebbe impossibile fare un minimo di analisi.
Il romanzo
L’assassinio di Roger Ackroyd è il sesto della lunghissima serie di romanzi scritti da Agatha Christie e il terzo in cui Poirot è l’investigatore.
Il romanzo è ambientato nel pittoresco villaggio di King’s Abbot, una località fittizia che incarna perfettamente l’essenza della campagna inglese. Anche se King’s Abbot e la vicina Cranchester sono frutto dell’immaginazione di Christie, rappresentano alla perfezione quei piccoli centri rurali inglesi che l’autrice conosceva così bene.
King’s Abbot è un un microcosmo dove tutti si conoscono e il pettegolezzo la fa da padrone. Un esempio emblematico è il modo in cui Caroline Sheppard, uno dei personaggi che conosceremo meglio tra poco, riesce a sapere ogni dettaglio delle vite degli abitanti. Questo sfondo offre un’atmosfera ideale per l’intreccio investigativo, poiché l’apparente quiete del villaggio nasconde un complesso intrico di relazioni personali e segreti.
I personaggi
La storia è narrata dal dottor James Sheppard, il medico del villaggio. La narrazione in prima persona non è nuova nei romanzi di Christie, l’abbiamo già vista, ad esempio, nel primo romanzo della serie di Poirot, che si intitola Poirot a Styles Court; lì il narratore è Arthur Hastings, che diverrà un aiutante ricorrente dell’investigatore belga, quasi un Watson della situazione, perché va a completare la coppia ideale investigatore esperto e aiutante inesperto. Ne L’assassinio di Roger Ackroyd le cose sono un po’ diverse tuttavia. La prospettiva del dottor Sheppard è cruciale perché ci guida attraverso gli eventi, contribuendo ad aggiungere ambiguità e complessità alla vicenda. Per ora non vi posso dire di più per evitare spoiler; sarò più preciso riguardo a tale ambiguità nella seconda parte. Per ora mi limito a dirvi che Sheppard non è solo il medico del villaggio, ma anche l’occhio e l’orecchio di King’s Abbot. La sua professione gli permette infatti di entrare nelle case e nelle vite dei suoi concittadini, rendendolo un testimone privilegiato degli eventi.
Facciamo la conoscenza di qualche altro personaggio, almeno di quelli principali.
- Accanto a Sheppard troviamo sua sorella Caroline, un personaggio delizioso che incarna lo spirito del pettegolezzo di paese. Caroline è una fonte inesauribile di informazioni, voci e supposizioni, spesso sorprendentemente accurate. Attraverso i suoi occhi e le sue orecchie sempre all’erta veniamo a conoscenza di molti retroscena e segreti del villaggio. Il rapporto tra James e Caroline è uno degli elementi più gustosi del libro, con i loro scambi arguti e le continue scaramucce verbali. Caroline aggiunge un tocco di umorismo e leggerezza al romanzo, ma il suo contributo va ben oltre, poiché spesso riesce a vedere ciò che altri non notano.
- Ma il vero protagonista, anche se inizialmente relegato in secondo piano, è il grande Hercule Poirot, grande anche se viene sempre descritto come un ometto buffo. Lo troviamo in una situazione insolita: si è ritirato a King’s Abbot per dedicarsi alla coltivazione delle zucche. Questo dettaglio apparentemente banale è in realtà interessante, perché Agatha Christie ci mostra un Poirot fuori dal suo elemento, lontano dai grandi casi internazionali (Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo sono opere successive a questa). Eppure, anche in questo contesto rurale, il suo acume e le sue “cellule grigie” non possono rimanere inattive a lungo e, soprattutto, Poirot è un po’ come La signora in giallo: dove va lui, anche fosse il più piccolo paesino dell’Inghilterra, succede un delitto e lui è chiamato a indagare e a fare giustizia.
L’entrata in scena di Poirot anche stavolta è piuttosto comica. È preceduta da uno scambio di battute tra James e Caroline, che vivono insieme, riguardo al loro nuovo vicino di casa, uno straniero di nome Porrot, sul cui conto Caroline, con sua grande sorpresa e disappunto, non è riuscita a sapere nulla. Poi, mentre il dottor Sheppard sta tranquillamente lavorando nel suo giardino, all’improvviso una zucca vola oltre il muretto che separa la sua proprietà da quella del vicino, mancandolo per un pelo. Subito dopo, fa capolino una testa a forma d’uovo, parzialmente coperta da capelli di un nero sospetto, con baffi enormi e occhi attenti (è descritto proprio così). È il nostro Hercule Poirot, che si profonde in scuse per il lancio maldestro della zucca. Spiega di essere stato colto da un impeto di rabbia contro le sue piante e di averle “mandate a quel paese”, non solo mentalmente ma anche fisicamente. Questo incontro un po’ surreale è il perfetto biglietto da visita per Poirot. Lo vediamo fuori dal suo elemento, alle prese con le frustrazioni del giardinaggio invece che con intricati casi di omicidio. È un Poirot più umano, quasi vulnerabile, che confessa di sentire la mancanza del suo vecchio lavoro e del suo amico Hastings.
Christie usa questa scena non solo per introdurre Poirot con un tocco di comicità, ma anche per mostrarci un lato diverso del famoso detective. Lo vediamo alle prese con la noia della vita di campagna, un uomo abituato all’azione che ora si trova a combattere contro zucche ribelli. È un contrasto esilarante che rende Poirot ancora più affascinante ai nostri occhi. - Il catalizzatore della storia è Roger Ackroyd, ricco e rispettato industriale e figura di spicco del villaggio. Ackroyd è un uomo complesso: generoso ma anche riservato, con molti segreti nel suo passato. La sua morte violenta scuote le fondamenta di King’s Abbot, rivelando quanto fragili siano le apparenze in questa comunità apparentemente idilliaca.
Roger vive nella sontuosa villa di Fernly Park, una residenza imponente circondata da ampi giardini, che riflette la sua ricchezza e la sua posizione sociale. La sua morte è il punto di svolta che innesca la catena di eventi principali del romanzo. Ackroyd rappresenta il tipico personaggio di Christie con segreti nascosti, un individuo la cui vita privata è molto più complicata di quanto appaia superficialmente. - Intorno ad Ackroyd ruotano diversi personaggi chiave. C’è Flora Ackroyd, sua nipote, una giovane donna affascinante e determinata, che si trova improvvisamente al centro di un vortice di sospetti e rivelazioni. Poi abbiamo Ralph Paton, il figliastro di Roger, un giovane affascinante ma con un passato turbolento, la cui relazione complicata con il patrigno e la cui improvvisa scomparsa lo rendono il principale sospettato dell’omicidio di Roger. Ralph incarna il classico personaggio enigmatico: un individuo di cui si sa molto poco, ma che sembra essere sempre al centro degli eventi. La sua ambiguità e il suo passato nebuloso lo rendono un personaggio di particolare interesse. Non possono poi mancare il maggiordomo, gli altri domestici e il segretario di Ackroyd.
Ogni personaggio ha una storia complessa e, come è tipico nei romanzi di Christie, ciascuno nasconde qualcosa. Ad esempio, Ralph Paton nasconde la verità sulla sua scomparsa, che si rivelerà essere più intricata di quanto sembri inizialmente, aggiungendo ulteriori strati di mistero alla trama. Questa rete di segreti e relazioni rende l’indagine avvincente e il mistero ancora più ingarbugliato.
La trama
Il romanzo si apre con un evento apparentemente scollegato e marginale: la morte della signora Ferrars, una vedova del villaggio. I lettori di Agatha Christie sanno però che nelle opere della scrittrice inglese non ci sono notizie prive d’importanza: Christie è molto abile nel trasformare anche i dettagli apparentemente più insignificanti in elementi fondamentali per lo sviluppo della trama. La morte della signora Ferrars non è da meno: all’inizio marginale, si rivelerà essere il primo tassello di un puzzle molto più grande e complesso. È da qui che Christie inizia a tessere la sua tela di inganni e mezze verità, sfidando il lettore a risolvere il mistero che si cela dietro l’assassinio di Roger Ackroyd.
La storia ruota attorno all’omicidio di Roger Ackroyd, che viene trovato morto nel suo studio a Fernly Park dopo una cena con vari ospiti mentre questi erano ancora in casa di Ackroyd. La sua morte segue di poco quella della signora Ferrars e ben presto si sospetta un collegamento tra questi eventi. Hercule Poirot, nonostante si sia ritirato a vita privata, viene coinvolto nell’indagine su richiesta di Flora Ackroyd e sceglierà il dottor Sheppard come suo assistente per scoprire l’assassino di Roger. La trama è ricca di colpi di scena, depistaggi e inganni, con Poirot che utilizza la sua straordinaria capacità di osservazione per svelare la verità. Come spesso accade nei romanzi di Christie, il finale è sorprendente e ben lontano da ciò che il lettore potrebbe aspettarsi. Ogni personaggio è un potenziale colpevole, e l’intreccio di bugie e verità parziali rende la risoluzione del caso una vera sfida.
Uno dei temi centrali del romanzo è la fiducia e l’inganno. Christie esplora magistralmente come le apparenze possano ingannare e come le persone che crediamo di conoscere meglio possano nascondere lati oscuri insospettabili. In un villaggio dove tutti si conoscono, o almeno credono di conoscersi, l’autrice ci mostra quanto possano essere fragili le nostre certezze sugli altri.
Il ruolo dei pettegolezzi è un altro elemento cruciale. In una piccola comunità come King’s Abbot, le voci corrono veloci e spesso distorcono la realtà. Christie usa questa rete di pettegolezzi non solo come elemento di colore locale, ma come un vero e proprio strumento narrativo, disseminando indizi e false piste attraverso le chiacchiere di paese. Del ruolo del pettegolezzo nelle piccole comunità ho parlato nel talk “La scienza dello storytelling” che ho tenuto il mese scorso al TerniComics e può essere che all’argomento dedicherò un episodio del podcast.
Nella prossima parte dell’episodio ci addentreremo più a fondo nell’analisi del romanzo, esplorando le sue innovazioni narrative, in particolar modo una. Per ora, vi pongo questa domanda: in un mondo di inganni e apparenze, chi possiamo veramente considerare al di sopra di ogni sospetto?


Come stravolgere il giallo – parte SPOILER
L’assassinio di Roger Ackroyd segnò all’epoca un punto di svolta e fu una innovazione per il genere. Per spiegare il motivo debbo richiamare alcuni concetti sulla struttura del giallo classico, noto anche come “whodunit”. Ho trattato l’argomento in dettaglio in un vecchio episodio, qui mi limito a ricordare la definizione di “whodunit” e il decalogo di Knox.
Whodunit è una contrazione dell’inglese “Who has done it?” che significa letteralmente “Chi l’ha fatto?”, anche se sarebbe meglio tradurre “chi è stato?”. Il termine indica un sottogenere del giallo in cui il fulcro della narrazione è la scoperta dell’identità dell’assassino attraverso un preciso metodo: il lettore segue gli indizi insieme al detective, cercando di risolvere il mistero prima che venga rivelata la soluzione, in una sorta di gara con il detective. La storia si sviluppa attorno a una ristretta cerchia di sospettati, ognuno con i propri moventi e alibi. Tipicamente, un romanzo “whodunit” include:
- Un delitto (solitamente un omicidio)
- Un investigatore (professionista o dilettante)
- Una serie di indizi e false piste
- Un finale in cui il colpevole viene rivelato
L’obiettivo principale è quello di mantenere alta la suspense e coinvolgere il lettore nel processo deduttivo, permettendogli di formulare le proprie ipotesi su chi possa essere l’assassino. È un gioco intellettuale tra autore e lettore, una sfida di astuzia e deduzione.
Negli anni ’20, quando Agatha Christie scrisse questo romanzo, il giallo stava diventando sempre più popolare. Per questo motivo, nel 1929, l’autore di gialli Ronald Knox formulò il famoso ‘Decalogo’, un insieme di regole per garantire al lettore un gioco equo, in maniera da poter gareggiare alla pari con il detective (o quasi). Il Decalogo di Knox aveva lo scopo di stabilire in maniera chiara il patto narrativo tra autore e lettore, e non fa altro che mettere su carta alcune regole che già di fatto erano seguite dagli scrittori più famosi dell’epoca, inclusa Agatha Christie. Qui mi limito a ricordare le regole del decalogo che entrano in ballo nel nostro caso e che Agatha Christie viola più o meno apertamente:
- 1° Il colpevole deve essere un personaggio presente sin dall’inizio, in modo da evitare che l’autore tiri fuori qualche asso nella manica all’ultimo momento come un baro; inoltre il lettore non deve avere accesso ai pensieri del colpevole durante la narrazione.
- 7° Il detective non può essere il colpevole: questo garantisce che il lettore possa sempre fidarsi dell’investigatore come figura centrale.
- 9° L’assistente del detective, il Watson della situazione, non deve nascondere al lettore nessuno dei pensieri che gli attraversano la mente; la sua intelligenza deve essere leggermente, ma solo leggermente, inferiore a quella del lettore medio.
Ed è qui che L’assassinio di Roger Ackroyd fa il suo ingresso trionfale, sconvolgendo le aspettative dei lettori. Il colpo di scena finale rivela che l’assassino è nientemeno che il dottor Sheppard, il nostro narratore e apparente aiutante di Poirot. Sheppard ha ucciso Ackroyd per evitare che venisse scoperto il suo ricatto ai danni della signora Ferrars. Ha poi manipolato la scena del crimine e la narrazione stessa per sviare i sospetti. Vediamo i dettagli.
La storia ha inizio proprio con la morte della signora Ferrars, che si scopre essere un suicidio, cosa che Caroline sospetta fin da subito. Sheppard la ricattava da tempo, minacciando di rivelare che era stata lei ad avvelenare il marito.
La sera dell’omicidio, Ackroyd riceve una lettera dalla signora Ferrars, scritta prima del suicidio, in cui rivela l’identità del suo ricattatore. Sheppard, temendo che Ackroyd scopra la verità, lo uccide per impedirgli di leggere la lettera.
Dopo l’omicidio, Sheppard manipola abilmente la scena del crimine:
- Usa un dittafono per simulare la voce di Ackroyd, facendo credere che la vittima fosse ancora viva alle 9:30.
- Sposta una poltrona per nascondere il dittafono. La poltrona spostata è un particolare che Poirot nota subito e che ricorre più volte nel romanzo, anche se sembra un particolare poco rilevante.
- Crea false impronte sulla finestra usando le scarpe di Ralph Paton per incastrarlo.
- Rimuove il dittafono dalla scena dopo la scoperta del corpo.
Inoltre, come narratore, Sheppard manipola in un certo modo la storia che racconta al lettore:
- Sheppard descrive gli eventi con precisione, ma omette dettagli cruciali che lo incriminerebbero. Questa tecnica di omissione permette a Christie di giocare con la percezione del lettore, facendoci fidare del dottor Sheppard mentre, allo stesso tempo, egli ci nasconde indizi chiave.
- Sheppard usa un linguaggio ambiguo e descrive certi eventi in maniera tale da far sembrare irrilevanti alcuni dettagli fondamentali. Un esempio di manipolazione narrativa si trova nella scena in cui Sheppard descrive la visita a casa di Ackroyd: pur riportando ciò che accade, evita di rivelare il proprio coinvolgimento diretto, facendoci percepire solo ciò che vuole che vediamo.
- Dirige i sospetti verso altri personaggi.
- Usa la sua posizione di narratore per guadagnare la fiducia del lettore.
La cosa notevole è che Sheppard, come narratore, omette informazioni cruciali e interpreta male gli eventi deliberatamente, pur senza mai mentire direttamente al lettore.
La duplice manipolazione della scena del crimine e della narrazione permette a Sheppard di nascondere la sua colpevolezza fino alla fine, creando uno dei colpi di scena più sorprendenti nella storia del giallo, almeno negli anni della sua golden age.
Vediamo come e quali regole del whodunit vengono infrante da Agatha Christie in maniera più o meno esplicita, senza però giocare in maniera scorretta:
- Il narratore non dovrebbe essere l’assassino. Questa è una regola non scritta, né prima né dopo il Decalogo di Knox, è un qualcosa che probabilmente si dà per scontato quando si legge un giallo, soprattutto allora. Esisteva una sorta di tacito accordo tra autori e lettori secondo cui il narratore, in quanto mediatore della storia, doveva essere affidabile. Christie sovverte abilmente questa aspettativa, legata anche alla prima regola del Decalogo. La seconda parte di tale regola recita che “inoltre il lettore non deve avere accesso ai pensieri del colpevole durante la narrazione”. Dal momento che Sheppard è il narratore noi abbiamo accesso ai suoi pensieri, ma solo ad una parte, come scopriamo alla fine: qui siamo un po’ al limite. Di sicuro viene infranta la 9° regola del Decalogo, secondo cui l’assistente del detective non deve nascondere al lettore nessuno dei pensieri che gli attraversano la mente, e credo che Sheppard si sia astenuto dal riportare tanti dei pensieri che ha avuto durante le indagini con Poirot.
- L’aiutante del detective dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto. Anche questa è una regola non scritta, una sorta di corollario della 7° regola del Decalogo, secondo cui il detective non può essere il colpevole. Si suppone che il detective sappia scegliersi un buon aiutante ma in questo romanzo sono le contingenze del caso ad aver guidato la scelta di Poirot per il suo assistente e non un rapporto di fiducia pregressa, come avviene in altri romanzi come Assassinio sull’Orient Express.
Agatha Christie è abile nello sviare il lettore senza tuttavia mentire o giocare sporco. Alla fine il lettore ha a disposizione gli stessi indizi che ottiene Poirot e, più che altro, la scrittrice gioca con alcune consuetudini, aspettative e pregiudizi legati al genere narrativo. Qui ho usato la parola pregiudizio in senso letterale, ovvero di “giudizio prematuro”, in quanto basato su argomenti pregressi o su una loro indiretta o generica conoscenza. Va tuttavia detto che l’autrice, tramite Poirot, ci mette un minimo in guardia: ad esempio, nel capitolo intitolato “La penna d’oca”, Poirot ci ricorda (in realtà lo dice a Sheppard) che per un investigatore sono tutti estranei ugualmente sospettabili e che non bisogna “mai dimenticare che chi parla potrebbe mentire”.
L’impatto di questo romanzo sul genere giallo (e non solo) è stato notevole. Agatha Christie ha sfidato le convenzioni esistenti e ha aperto nuove possibilità narrative. Ha dimostrato che un giallo poteva essere non solo un rompicapo intellettuale, ma anche un’esplorazione delle complessità e delle possibilità della narrativa. Ha dimostrato inoltre che, anche in un genere apparentemente rigido e codificato come il giallo, c’è spazio per l’innovazione e la sperimentazione narrativa. Soprattutto, questo romanzo ancora oggi ci ricorda che, nelle mani di un maestro, anche le regole più consolidate possono essere infrante con risultati straordinari.
L’assassinio di Roger Ackroyd ha avuto fin dall’inizio una buona accoglienza e alcuni, come Howard Haycraft, lo considerarono già all’epoca come una pietra miliare del giallo. Questa sensazione positiva dura ancora oggi, tanto che nel 2013 la British Crime Writers’ Association lo ha votato miglior romanzo poliziesco di sempre. Ovviamente ci fu qualcuno che non accolse bene il romanzo protestando al grido di “gioco sleale!”
Dal momento che qui a La biblioteca del gatto rosso parliamo spesso di tecniche narrative, storytelling e teorie della narrazione, vorrei evidenziare le tecniche utilizzate da Agatha Christie in questo romanzo, a costo di essere ripetitivo:
- Omissione selettiva: Sheppard racconta la verità, ma non tutta la verità. Omette dettagli cruciali, lasciando al lettore il compito di riempire i vuoti con supposizioni che spesso si rivelano errate.
- Depistaggio: Christie usa abilmente i pregiudizi del lettore contro di lui. Sappiamo che il narratore in un giallo è solitamente affidabile, quindi non lo mettiamo in discussione.
- Doppi significati: alcune frasi nel romanzo hanno un doppio senso che diventa chiaro solo dopo la rivelazione finale. Per esempio, quando Sheppard dice di aver fatto “quel poco che andava fatto” dopo aver scoperto il corpo, in realtà sta riferendosi alle sue azioni per coprire il crimine.
- Caratterizzazione ingannevole: Christie dipinge Sheppard come un personaggio simpatico e apparentemente onesto, rendendo difficile per il lettore sospettare di lui. Per giunta è il rispettato medico di un tranquillo villaggio di campagna, e proprio non ce lo vediamo nei panni del ricattatore e dell’assassino.
- Tempi narrativi ben gestiti: l’autrice rivela informazioni in un ordine specifico per dare ritmo alla storia e per guidare le supposizioni del lettore in una direzione che può essere ingannevole, almeno ad una prima lettura.
- Sheppard rientra nella più ampia figura del narratore inaffidabile, che più volte compare in letteratura e al cinema e che meriterebbe un intero episodio a parte. Giusto per fare un esempio, American Psycho di Bret Easton Ellis è narrato da Patrick Bateman, un personaggio psicopatico che offre una visione distorta della realtà, confondendo il lettore con le sue contraddizioni. Bateman è inaffidabile non solo come narratore, a dire il vero. Nel campo del cinema poi, film come I soliti sospetti o Fight Club devono molto all’idea di un narratore che non è quello che sembra e in entrambi c’è un colpo di scena degno de L’assassinio di Roger Ackroyd.
Bibliografia
- Murder for Pleasure: The Life and Times of the Detective Story, di Howard Haycraft
- The Murder of Roger Ackroyd, di Agatha Christie
- Agatha Christie’s The Murder of Roger Ackroyd voted best crime novel ever, di Jonathan Brown, Independent, 5 novembre 2013
- The Simple Art of Murder, di Raymond Chandler, pubblicato in “The Atlantic Monthly”, dicembre 1944