I film più spaventosi secondo la scienza

Circa un anno fa ha circolato, con tempi diversi e su varie testate (quotidiani o riviste, principalmente online), una particolare classifica di film horror. Di per sé questa non sarebbe una novità, ormai siamo abituati alle più disparate classifiche di film, libri, videogame, ecc… e personalmente ritengo che ce ne siano fin troppe, su YouTube impazzano. Questa classifica in particolare però ha qualcosa di diverso, perché si tratta dei film più spaventosi secondo uno studio scientifico. Non sembra quindi la solita classifica fatta per rimediare visualizzazioni, pare che ci sia un intento serio alla base. È proprio così? Sono andato a leggere lo studio e già vi dico che potete abbassare le vostre aspettative, il tutto è meno serio di quanto voglia apparire. Vale la pena però approfondire l’argomento e fare alcune considerazioni in merito, questo episodio è più che altro un’occasione per capire un po’ come riconoscere se uno studio è fatto bene o no, se è accurato e se presenta errori di metodo. Il nocciolo dell’episodio di oggi, quindi, non sarà tanto la classifica dei film presentata dallo studio, che è irrilevante se non per generare commenti e visualizzazioni, quanto piuttosto un’analisi dello studio stesso e del metodo alla base.

Lo studio di cui parliamo oggi è il risultato del lavoro condotto nell’ambito di un progetto, The Science of Scare Project, promosso e realizzato da Broadband Choices.

Anzitutto, che cos’è Broadband Choices? È è un servizio online che si occupa di confrontare offerte e tariffe di fornitori di servizi Internet (ISP), tv e telefonia mobile nel Regno Unito. La piattaforma permette agli utenti di trovare e confrontare diverse opzioni di connessione a banda larga, abbonamenti tv e offerte di telefonia mobile. Nulla che a che vedere con la ricerca scientifica insomma, il che non implica automaticamente che lo studio sia da buttare. Broadband Choices si occupa anche di confrontare le varie offerte per gli abbonamenti tv e streaming e si sono dunque chiesti: con una così ampia varietà di servizi di streaming che ci offrono un’infinità di film dell’orrore, può essere difficile capire quali possono regalare una vera e propria notte di paura e quali invece sono un gioco da ragazzi; c’è dunque un modo per individuare i film più spaventosi? La domanda e il punto di vista di Broadband Choices, che è primariamente commerciale, ha senso e proprio da questa domanda nasce il loro progetto. Il progetto attualmente è diviso in due: una parte dedicata ai film horror e l’altra, del tutto analoga, dedicata ai videogame horror. Noi oggi ci limiteremo ad esaminare lo studio che riguarda i film.

Il progetto è partito nel 2020, anno in cui è stata pubblicata la prima classifica, ed è ancora in corso: ogni anno la classifica viene infatti aggiornata e l’aggiornamento viene pubblicato a ottobre, che è un po’ il mese dell’horror, visto che il 31 è Halloween.

Ogni anno il progetto stila una lista di film da far vedere a 250 soggetti a cui, in apposite stanze, viene misurato il battito cardiaco per l’intera durata di ciascun film. Si fa poi una media del battito cardiaco per ciascun film e questa viene poi confrontata con il battito medio a riposo dei soggetti; un ulteriore parametro è il picco massimo del battito cardiaco durante la visione di ciascun film. Questo, per sommi capi è lo studio che conduce poi alle classifiche annuali. Andiamo a esaminare per bene tutti i passaggi, perché il diavolo si nasconde nei dettagli.

La scelta dei film

Con tutti i film horror che ci sono e che escono ogni anno bisogna per forza fare una cernita iniziale, altrimenti l’esperimento risulta infattibile. Broadband Choices ha stilato una lista iniziale di 40 film basandosi sui giudizi della critica, sul successo di pubblico e su qualche scelta personale; l’esperimento serviva poi a determinare i migliori 30 della lista. A partire dal 2022 Broadband Choices, su suggerimento della community, ha cambiato i criteri di selezione iniziale, in maniera da includere sempre nuovi film e non avere un campione di base statico bensì uno che tenga conto anche delle nuove uscite in sala. Ora in base ai risultati precedenti, i primi 20 film in classifica sono bloccati e non vengono riproiettati (a meno che, ovviamente, un nuovo film non sia abbastanza spaventoso da farli uscire dalla top 20). I restanti 10 film della top 30, quindi dalla 21° alla 30° posizione, viene riproiettato insieme ai nuovi titoli che entrano nella lista. Ogni anno, tutti i film che non rientrano nella top 30 non possono essere riproiettati l’anno successivo.

Inutile dire che è difficile, se non impossibile, stabilire criteri puramente metrici e oggettivi per selezionare il campione iniziale di film da far vedere ai soggetti. Anche la critica cinematografica è in parte soggettiva e, nel corso del tempo, può cambiare i propri giudizi su un film. Basti pensare a La cosa di Carpenter, blastata pesantemente all’uscita ma oggi considerata un cult e un classico del genere.

L’esperimento

Se Broadband Choices è piuttosto precisa nel comunicare i criteri di composizione della lista dei film da sottoporre ai soggetti, è invece assai vaga per quel che riguarda i criteri di selezione dei soggetti stessi. È più che vaga, non dice proprio nulla. Come vengono scelte queste persone? Debbono soddisfare dei requisiti e rispondere ad un test preliminare? Sono persone che hanno gia visto alcuni o tutti dei film in lista o sono alla loro prima visione? Oppure c’è una divisione in gruppi? Non è una questione da poco e vedremo meglio più avanti come questo progetto viene comunicato, cioè male.

I soggetti sono 250 e ognuno di loro viene sottoposto alla visione di tutti i 40 film scelti. Ovviamente il tutto non avviene in modalità tipo cura Ludovico e, per evitare svenimenti, piaghe da decubito e affaticamento eccessivo, la proiezione dei film è spalmata su varie settimane. Ad ogni soggetto viene misurato e registrato il battito cardiaco per l’intera durata del film. Non si sa tuttavia se i soggetti vedano i film da soli, tutti insieme o divisi in gruppetti, ovvero c’è il rischio che i soggetti si influenzino a vicenda?

Quello che vediamo poi sul sito di Broadband Choices è un grafico che rappresenta l’andamento medio delle pulsazioni per ogni film. Ovvero, per ogni film viene fatta una media minuto per minuto dei battiti cardiaci dei 250 soggetti e poi queste medie vengono rappresentate in un grafico piuttosto intuitivo: c’è un asse del tempo e uno dei battiti. Ogni film è quindi rappresentato da una funzione matematica (battiti in funzione del tempo) di cui viene calcolata la media, che nelle tabelle è indicata come Media dei Battiti del Film. A questo risultato si arriva dunque con due operazioni di media, una fatta sui 250 soggetti che hanno visto il film e un’altra sul tempo. La classifica che viene poi pubblicata è in ordine di Media dei Battiti del Film. Nella top 5 della classifica troviamo sempre il primo Insidious e il primo The conjuring; teneteli a mente, perché ritorneranno anche in un altro studio che vedremo durante il corso di questa stagione e che è stato all’università di Turku, in Finlandia.

Il grafico dei battiti cardiaci in funzione del tempo per il film Host, 1° nella classifica del 2020. Se andate sul sito dello studio vedrete che il grafico è interattivo

Le cose si complicano e diventano più fumose se andiamo a leggere la comunicazione di Broadband Choices fatta al Daily Mail, che rappresenterebbe un po’ la comunicazione ufficiale di Broadband Choices alla stampa. Nelle tabelle pubblicate dal Daily Mail la classifica è basata su un indice di paura (scare score) che Broadband Choices, nel suo sito, non menziona mai. Non si sa come venga calcolato questo indice di paura ma, studiando le tabelle, si capisce che ad esso contribuisce non solo la Media dei Battiti del Film ma anche il Massimo (mediato sui 250 soggetti) dei Battiti del Film, ovvero il massimo della funzione battiti nel tempo e la HRV media, la Heart Rate Variability o variabilità della frequenza cardiaca. In sostanza un film che tiene costantemente in tensione può avere lo stesso scare score di un film che ha singoli jump scare molto efficaci.

La classifica del 2022 comunicata da Broadband Choices al Daily Mail e qui pubblicata.

La HRV misura la fluttuazione nei tempi di intervallo tra i battiti cardiaci, che non sono costanti, anche se la frequenza cardiaca media può sembrare regolare. La HRV, tra le altre cose, è uno strumento utile per la rilevazione e il monitoraggio delle aritmie cardiache. Notare che battiti cardiaci elevati non implicano necessariamente una HRV elevata. La HRV può essere misurata attraverso vari metodi, con l’elettrocardiogramma (ECG) che rappresenta il gold standard. Tuttavia, oggi esistono anche dispositivi indossabili come fasce cardio, smartwatch e app per smartphone che possono fornire misurazioni accurate.

Sull’articolo del Daily Mail, ma non sul sito di Broadband Choices, leggiamo poi che è stato fatto un confronto di prova con Shrek, che ha registrato uno indice di paura di 3 contro un 96 del primo film in classifica che è Sinister (nella top 10 l’indice va da 75 in su). Il risultato, per quanto ovvio e banale, serve comunque a mostrare che questo indice di paura è un buon metro per quello che si cerca di misurare, ovvero quanto un determinato film fa paura. Se Shrek avesse avuto lo stesso indice di Nightmare o di Alien sarebbe stato da rivedere insieme, forse, alle modalità dell’esperimento. È tutto corretto quindi dal punto di vista scientifico?

Come si misura la paura?

L’esperimento presenta alcune criticità e una è piuttosto evidente: per stabilire quali sono i film più spaventosi viene usato un solo parametro, l’andamento del battito cardiaco in funzione del tempo rispetto alla condizione di riposo. Se è vero che la paura, tra i suoi vari effetti, fa aumentare il battito cardiaco non basta tuttavia tale aumento a determinare se una persona è impaurita o no, perché ci sono vari stati d’animo e varie emozioni che causano l’aumento del battito cardiaco: la rabbia, l’ansia ma anche gioia ed eccitazione. Ovvero, se sono spaventato allora il mio battito cardiaco aumenta, ma se rilevo un aumento del mio battito non è detto che io sia spaventato. Sì vabbè ma se stiamo guardando un film horror è chiaro che l’aumento della frequenza cardiaca è dovuto alla paura, no? Non necessariamente, tale aumento può essere legato anche ad altri fattori.

Nella classifica del 2021 al 26° posto troviamo L’uomo invisibile del 2020, un libero adattamento dell’omonimo romanzo di Wells ambientato ai giorni nostri in cui la protagonista cerca di sfuggire al marito, Adrian Griffin, che è uno stalker possessivo senza scrupoli né morale e non si fa tanti problemi ad usare una tuta tecnologica di sua invenzione in grado di renderlo invisibile. È classificato anche come horror ma il film fa leva più che altro sull’ansia e sulla tensione e qui potremmo aprire una lunghissima parentesi sui generi narrativi e su come non sempre un’opera rientri facilmente in un solo genere (ho discusso anche questo in un vecchio episodio). L’uomo invisibile è un buon film, fa il suo lavoro, ma non è possibile etichettarlo solo come un horror e dire che l’aumento del battito cardiaco registrato durante la visione del film sia imputabile unicamente alla paura che il film suscita nello spettatore. Tramite la misurazione del battito cardiaco è facile individuare i jump scare, che corrisponderanno a picchi improvvisi nel grafico, ma è molto meno ovvio distinguere se un aumento più contenuto e prolungato dei battiti sia da attribuire alla paura piuttosto che alla tensione.

Prendiamo in considerazione un altro film nella classifica del 2020, il 25°, che è La cosa di Carpenter, a cui ho dedicato un vecchio episodio. Anche questo è classificato come horror eppure non punta solo sulla paura. Sicuramente ci sono molte scene claustrofobiche all’insegna della paranoia ma il film punta tanto sul disgusto e lo fa talmente bene che quando uscì in sala all’epoca, come racconta Carpenter in una intervista, più di uno spettatore si sentì male e vomitò. Il risultato non giunse inaspettato, dal momento che le scelte di Carpenter in materia di effetti speciali erano ben ponderate e miravano a suscitare determinate sensazioni nel pubblico, a dimostrazione che i parametri in gioco in un horror sono molteplici (le secchiate di vomito, ad esempio) e non riducibili alla sola conta dei battiti cardiaci. Un discorso analogo potremmo farlo per eXistenZ, di Cronenberg, anch’esso classificato come horror ma che di paura ne fa ben poca e gioca tutto invece sulla ripugnanza e sul disgusto che suscitano alcuni oggetti e alcune scene.

Qui c’è di mezzo la falsa credenza che, in ambito letterario e cinematografico, l’horror coincide con qualcosa che fa paura. Ne ho parlato in un vecchio episodio, in cui evidenziavo che vengono etichettate come horror storie che puntano sull’ansia e sul disgusto più che sulla paura, come i film splatter o gli slasher, o su una combinazione di tutti questi elementi. Sono classificati come horror anche storie che si basano su elementi che oggi non ci spaventano più ma che erano spaventosi alcuni secoli fa: oggi possiamo dire che i vampiri non ci fanno più paura e in film recenti come Demeter – Il risveglio di Dracula il regista fa leva su altri elementi per spaventare lo spettatore (l’atmosfera, i jump scare, le uccisioni, l’aspetto mostruoso e inquietante di Dracula), perché la mera presenza di un non morto succhia sangue non basta più.

Ok ma l’intento dichiarato da Broadband Choices è quello di determinare i film più spaventosi, non i migliori horror. È vero ma ho voluto comunque rilevare un altro punto critico del progetto, forse il più grande. Per inseguire parametri di valutazione quanto più possibile oggettivi e scientifici (o apparentemente tali), si finisce per buttare via l’arte e ridurre un film horror ad una serie di jump scare, il che purtroppo è una tendenza in atto nel cinema e lo trovo riduttivo, soprattutto considerando che lo studio mira un po’ a orientare il pubblico.

Torniamo alla parte scientifica del discorso. Quando abbiamo paura aumenta non solo la frequenza cardiaca, anche quella respiratoria, le pupille si dilatano, la pressione sanguigna aumenta e viene mandato più glucosio ai muscoli e la faccenda non finisce qui. Per essere più preciso lo studio avrebbe dovuto tenere in considerazione anche alcuni di questi altri parametri e non solo il battito del cuore per determinare l’indice di paura di ciascun film. Una risonanza magnetica funzionale del cervello dei soggetti durante la visione dei vari film avrebbe ulteriormente aiutato a determinare gli stati di paura perché, come vedremo in un altro episodio quando parleremo dello studio condotto dall’università di Turku che citavo prima, esistono differenti tipi di paura che comportano reazioni un po’ diverse nell’organismo. Va anche detto che esami di questo tipo richiedono tempo, personale specializzato e attrezzature costose che non sono a disposizione di tutti e che solo le istituzioni (università, ospedali, centri di ricerca) possono permettersi. Credo quindi che gli organizzatori del progetto abbiano cercato di arrangiarsi come potevano con le risorse messe loro a disposizione da Broadband Choices e oggi le apparecchiature che misurano i battiti cardiaci in tempo reale creando un file di dati sono accessibili a un qualunque privato cittadino. La misurazione dei soli battiti cardiaci, come già detto, può essere un buon indicatore quando c’è uno jump scare, ovvero una scena molto breve che è imprevista e spaventosa, altrimenti è un po’ poco.

L’esperimento fatto da Broadband Choices è minimalista e semplice, a dir poco, ma dobbiamo ricordare che nasce da esigenze commerciali; da quanto si capisce l’azienda vorrebbe determinare una lista dei migliori film horror che risponda a criteri oggettivi in modo da aiutare i clienti a scegliere le piattaforme di streaming o le offerte tv. Uno studio del genere non credo sarebbe presentabile ad una rivista scientifica e qui veniamo ad un altro punto critico del progetto.

L’artigianalità e l’amatorialità del progetto non traspare né dal sito di Broadband Choices né dagli articoli online che hanno diffuso i risultati del progetto stesso. Il Daily Mail, in un articolo del 18 ottobre 2023, intitola: “Science reveals the scariest scene in horror movie history… can YOU guess it?”. Sky TG24, in un articolo del 25 gennaio 2024, intitola: “I 42 film più spaventosi mai realizzati: lo conferma uno studio scientifico”. Movieplayer, in un articolo del 30 settembre 2021, intitola: “I 25 film horror più spaventosi secondo uno studio scientifico”. Avete capito la solfa insomma, la classifica sembra avere l’insindacabile validazione della scienza, senza però mai andare ad esaminare le fonti e lo studio.

The Science of Scare Project non è da buttar via, l’esperimento qualcosa di scientifico ce l’ha: è basato su un fenomeno reale, l’esperimento è verificabile e ripetibile, tant’è che viene ripetuto ogni anno, e può essere ripetuto da chiunque voglia investirci tempo e un minimo di denaro, i dati e le variabili sono sensati, tuttavia, come ho già evidenziato, un parametro solo non basta a determinare quanto sia spaventoso un film nel suo complesso e alcune fasi dell’esperimento sono poco chiare e i risultati e i dettagli metodologici sono comunicati in maniera vaga e minimalista, quando sono comunicati. Lo studio non è stato pubblicato su alcuna rivista scientifica soggetta a revisione paritaria, è stato pubblicato sul sito di Broadband Choices e sul Daily Mail, che non è che sia questo gran quotidiano. Entrambe queste pubblicazioni consistono in articoletti molto stringati privi del rigore e dei dettagli richiesti ad una pubblicazione scientifica. Per giunta i dati pubblicati sul sito di Broadband Choices sono parziali e non si capisce perché siano stati comunicati dati più completi al Daily Mail che sul sito del progetto. Di fatto nessuno ha revisionato lo studio, il che lo pone in una zona grigia, cosa non evidenziata da nessuna delle testate che poi ha citato lo studio. Da come viene comunicato sembra che lo studio abbia la stessa validità di un articolo scientifico sottoposto a peer review e pubblicato su Nature, Science o Brain and Language, per citare una rivista specializzata in neuroscienze. Quest’ultimo punto non dipende da Broadband Choices ma dall’incompetenza scientifica di alcuni giornalisti e da una comunicazione sciatta e approssimativa in cui non si vanno mai a verificare e indagare le fonti. Lo scopo dell’episodio di oggi era anche un po’ questo, vedere quando e se una fonte è affidabile, andando a contestualizzarla e analizzando un po’ i metodi usati da quella fonte.

The Science of Scare Project è tutto sommato un lavoro sensato se si considerano gli scopi che si è prefisso, che sono di natura più commerciale che scientifica, ovvero aiutare i clienti di Broadband Choices a scegliere le piattaforme di streaming o i canali tv in base, ad esempio, ai film horror che hanno in catalogo. Fin qui tutto bene, i guai arrivano con la comunicazione dei risultati del progetto al grande pubblico e, soprattutto, con la ripresa e la citazione di tali risultati da parte dei vari quotidiani e delle varie riviste generaliste. Ulteriore confusione deriva dalla scarsa conoscenza che in generale si ha di cosa sia uno studio scientifico e di come avvenga la comunicazione scientifica. Tra qualche settimana parleremo dello studio dell’università di Turku a cui ho accennato prima, che si intitola Dissociable neural systems for unconditioned acute and sustained fear, pubblicato nel 2020 su NeuroImage (questa sì che è una rivista scientifica). Questo articolo è di tutt’altro tenore e molto più dettagliato, perché descrive nei particolari un certo esperimento e tutte le metodologie che sono state impiegate, dalla scelta dei soggetti all’interpretazione dei dati che i ricercatori hanno ottenuto. Quando si passa alla stampa generalista la comunicazione diventa molto imprecisa e non si distingue più tra una fonte come questo articolo di NeuroImage e una come The Science of Scare Project, che è meno completo e meno rigoroso dal punto di vista scientifico, e magari sembra che i due lavori stiano sullo stesso livello, cosa che non è. È difficile pensare che i lettori vadano poi a leggersi tutte le fonti alla base di un articolo uscito su un quotidiano o su una rivista, non avrebbero materialmente tempo e forse nemmeno le competenze (posto che dovrebbe esserci più alfabetizzazione scientifica), il che rende ancora più necessario rigore, precisione e puntualità da parte di chi le notizie le riporta e dovrebbe controllarne le fonti, inquadrandole nel giusto contesto e dando loro la corretta importanza. Gli studi scientifici non sono tutti uguali e questo va evidenziato. Chi ha condotto lo studio? È stato pubblicato? Dove? L’articolo è stato soggetto a peer review? È stato già pubblicato o è ancora in fase di revisione? E i problemi non finiscono qui.

Tali questioni si pongono anche per gli studi di letteratura e teorie della narrazione. Anche questi, se sono seri, vengono pubblicati su riviste scientifiche specializzate e sottoposti preventivamente ad una revisione paritaria. Lo abbiamo visto con un articolo che ho citato nella scorsa stagione quando abbiamo parlato di eroi e antieroi nella letteratura e nel cinema. L’articolo in questione è L’antieroe dai mille volti. La migrazione di un dispositivo narrativo dalla letteratura alla serialità televisiva, pubblicato nel 2016 sulla rivista Between.

Prima di concludere l’episodio vi faccio un’anticipazione su alcuni dei prossimi argomenti. L’articolo che ho citato prima, quello sulla paura acuta e sulla paura sostenuta, ha in qualche modo a che fare con Insidious e The Conjuring; nella classifica di The Science of Scare Project i due film rientrano nella top 5 e anche The Conjuring 2 non se la cava male, sta tra il 7° e l’11° posto, a seconda degli anni. Ritengo a questo punto inevitabile, da parte mia, dedicare un episodio a questi film, anche per non trascurare il materiale di partenza e lasciare questi studi privi dei giusti riferimenti ad esso. Non mi pare sensato parlare di studi scientifici che riguardano due film senza parlare un minimo dei film in questione. E quindi prossimamente vi toccherà un episodio su James Wan, Insidious e The Conjuring.

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