Siamo a maggio, il mese del Salone del Libro. Poiché questo podcast parla di libri (ma non solo), vale la pena soffermarsi sull’edizione 2025, non tanto per l’evento in sé quanto per una polemica esplosa prima ancora dell’apertura del Salone e riguardante un problema che conosco da tempo.
Il Salone suscita sempre qualche controversia, almeno una per edizione. Quella di quest’anno è nata da un comunicato firmato da vari editori indipendenti; tra loro anche Fanucci, che non è certo l’ultimo arrivato. Il bersaglio è Libraccio. Per chi non lo conoscesse, Libraccio è una catena specializzata nell’usato, con una cinquantina di punti vendita sparsi per le più grandi città d’Italia (ce n’è uno anche a Torino) e, dal punto di vista editoriale, pubblica solo pochi titoli. Il grosso del fatturato, come capisce chiunque entri in negozio, deriva infatti dalla rivendita di libri di seconda mano.
Al Salone, però, Libraccio si presenta come editore e ottiene uno stand enorme nel Padiglione 1, dove in pratica sfrutta quello spazio per vendere usato a prezzi fortemente scontati, attirando folle di visitatori: lo stand è sempre stracolmo, tanto che io stesso tendo a evitarlo perché non si riesce né a camminare né a sfogliare i volumi.
Qui nasce la protesta dei piccoli editori. Alcuni dei libri usati che Libraccio espone sono gli stessi titoli presenti negli stand dei rispettivi editori, i quali pagano caro per qualche metro quadrato di visibilità. Il risultato è duplice: da un lato gli acquirenti, attirati dallo sconto, spendono gran parte del budget da Libraccio e non passano dagli editori; dall’altro, lo stand gigantesco toglie spazio espositivo ad altre case editrici che faticano a farsi conoscere.
Gli editori hanno chiesto che, almeno in fiera, Libraccio si comporti da editore e porti solo i propri titoli, senza scaffali di usato. Dopo trattative si è raggiunto un compromesso: Libraccio non può vendere libri pubblicati negli ultimi due anni. Una misura però inefficace per i piccoli editori che magari lanciano cinque o dieci titoli l’anno; garantire loro appena due anni di respiro è poca cosa.
Parlando da lettore – non da addetto ai lavori – confermo la sensazione di «invasione»: lo stand di Libraccio è enorme, caotico e finisce per sottrarre occasioni di scoprire nuovi editori. Chi visita il Salone non appartiene di solito a fasce economicamente fragili; l’urgenza di trovare lo sconto non è così impellente, anche perché a Torino Libraccio ha già un punto vendita fisico, accessibile tutto l’anno senza pagare alcun biglietto d’ingresso. E comunque un po’ dappertutto abbondano mercatini e bancarelle dell’usato: persino nella città dove vivo, Viterbo, che fa appena 60 000 abitanti, trovo facilmente libri usati.
Allora perché pagare un biglietto per il Salone? L’interesse va (o dovrebbe andare) oltre lo shopping. Ha senso anche limitarsi a fare un giro senza comprare nulla – e lo dico pur sapendo che a qualcuno nell’editoria fischieranno le orecchie. In fiera si possono incontrare piccoli editori che in libreria non arrivano, perché la distribuzione costa; in fiera posso toccare i loro volumi, parlarci, capire la linea editoriale, valutare la qualità dell’edizione. Scoprire, insomma, cose nuove che altrimenti non avrei conosciuto.
Molti contatti e conoscenze per me sono nati proprio così: chiacchierando con piccoli editori, sfogliando i loro libri, segnandomi i nomi e poi tornando sui loro siti durante l’anno. E sui siti degli editori a volte ho comprato libri che non avevo visto in fiera, ma all’editore e al suo sito ci sono arrivato proprio grazie a quel primo incontro di persona. Il Salone serve anche a questo: stabilire relazioni e vincere la diffidenza verso autori esordienti e marchi poco noti in un mercato ormai più che saturo saturo: si pubblica troppo, come ripeto spesso.
E qui tocchiamo un nodo strutturale. Il sovraffollamento al Salone non dipende solo da Libraccio: i dati ISTAT e dell’Associazione Italiana Editori mostrano una produzione di titoli semplicemente insostenibile a fronte di un numero di lettori che non cresce, anzi. Il mercato, che è in calo, non può reggere tale quantità. Da qui la fame di spazio in fiera dei piccoli editori, che faticano anche solo a far sapere che esistono. È probabile (e forse auspicabile) una contrazione ulteriore e più ampia del mercato che privilegi la qualità sulla quantità.
Quanto a Libraccio, ripeto: lo stand, per un lettore curioso, è più un ostacolo che un’opportunità. Se andassi in fiera solo per fare shopping a sconto, capirei l’attrazione; ma in quel caso andrei direttamente in negozio, senza dover pagare il biglietto d’ingresso. Il Salone dovrebbe essere per il lettore prima di tutto un terreno di esplorazione culturale, non il festival del «bottino» da postare poi sui social.
Non dimentichiamo poi gli incontri: talk e presentazioni sono motivi validissimi per varcare i cancelli della fiera. Alla fine, sposo in pieno le richieste dei piccoli editori: meno spazio all’usato, più spazio a chi fatica a emergere. È un invito a riconsiderare le fiere non come outlet, ma come luoghi di scoperta.
In conclusione, mi auguro che le prossime edizioni del Salone prestino più attenzione alla pluralità editoriale, concedendo visibilità a chi non riesce a trovarla altrove. Se questo vorrà dire ridimensionare lo stand di Libraccio (senza demonizzarlo: ha la sua funzione, ma fuori dalla fiera), credo che lettori, editori e persino la qualità dell’offerta culturale abbiano solo da guadagnare.