Insidious e The Conjuring 2, i celebri film horror, sono stati utilizzati in un recente esperimento condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Turku, in Finlandia, con lo scopo di studiare la paura acuta e sostenuta1. Molto in sintesi, la ricerca analizza come il cervello risponde alla paura in situazioni complesse e prolungate nel tempo, confrontando i meccanismi di risposta immediata e quelli coinvolti in casi di tensione crescente. Utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), i ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale di 37 volontari mentre guardavano i film. I risultati hanno mostrato che la paura acuta attiva diverse aree cerebrali rispetto alla paura sostenuta, suggerendo applicazioni pratiche in psicologia, neuroscienze e anche nell’industria dell’intrattenimento. Nella prima parte di questo episodio doppio abbiamo parlato un po’ meglio dello studio, andando a vedere le differenze tra paura acuta e sostenuta e perché sono stati utilizzati proprio i film horror per indurre la paura nei partecipanti, cosa che invece non avveniva nei precedenti studi sulla paura. Per i dettagli vi rimando quindi alla prima parte. In questa seconda parte mi concentrerò su una questione in particolare, ovvero perché i ricercatori hanno scelto proprio Insidious e The Conjuring 2 tra i tanti film horror usciti fino al 2019 circa. Il metodo che hanno impiegato per arrivare a selezionare questi due film ci consentirà di fare alcune considerazioni sui film horror e sull’eventuale legame tra paura suscitata, qualità e data di uscita di un film. Proveremo quindi a rispondere alla domanda che ho posto nel titolo dell’episodio, ovvero gli horror che il pubblico apprezza maggiormente dal punto di vista qualitativo sono anche quelli che fanno più paura?
Perché sono stati scelti Insidious e The Conjuring 2?
Quando si tratta di studiare la paura in laboratorio, la scelta dello stimolo giusto è fondamentale, come abbiamo visto nella prima parte dell’episodio. I ricercatori finlandesi non potevano semplicemente proiettare un qualsiasi film horror e sperare di ottenere risultati utili: servivano film capaci di evocare in modo chiaro e misurabile sia la paura acuta, quella che si scatena nei momenti di puro terrore (ad esempio i jump scare), sia la paura sostenuta, quel senso di tensione che si insinua lentamente e resta sotto la pelle per un lungo periodo e che ci fa stare con i sensi all’erta per individuare una minaccia che non abbiamo ancora scorto ma che sospettiamo sia in agguato; la paura sostenuta è quella che ci mantiene in uno stato di ansia e anticipazione per un tempo prolungato, una condizione che può attivare circuiti cerebrali diversi rispetto alla paura acuta.
Perché nell’esperimento sono stati impiegati proprio Insidious e The Conjuring 2 e non altri film? In fondo ci sono tanti film horror validi.
Il processo di selezione
Per trovare i candidati perfetti, i ricercatori hanno condotto un sondaggio su un campione di oltre 200 spettatori, chiedendo loro di valutare i film horror più noti in base a due parametri chiave: quanto erano spaventosi e quanto erano apprezzati in termini di qualità generale. Dai risultati, è emerso che Insidious (2010) e The Conjuring 2 (2016) erano due titoli che rispondevano perfettamente ai requisiti: erano considerati molto spaventosi (entrambi con una media di circa 7 su 10 nella scala della paura) e avevano ricevuto anche buone valutazioni complessive, 7.1 e 7.3 su 10 riguardo alla qualità (vedremo più avanti cosa significano queste valutazioni). Questo vuol dire che non solo erano film capaci di spaventare, ma erano anche considerati ben realizzati dal punto di vista cinematografico, un elemento fondamentale per garantire che la paura provata dagli spettatori fosse un minimo autentica e non solo dovuta a espedienti tecnici banali.


Il ruolo dei jump-scare
Ma non era solo una questione di popolarità e paura percepita. Insidious e The Conjuring 2 avevano una caratteristica strutturale fondamentale: un alto numero di jump scare, ovvero quegli spaventi improvvisi che fanno saltare sulla sedia, e momenti di suspense prolungata. Nello specifico, Insidious contava ben 24 jump scare, mentre The Conjuring 2 ne aveva 22. Questo permetteva agli scienziati di avere una chiara separazione tra i momenti di paura improvvisa e quelli di tensione costante, essenziale per analizzare come il cervello risponde a questi due tipi di paura in modo distinto.
Qui già m’immagino i cinefili che saltano sulla sedia e protestano che gli horror moderni ormai si basano solo su jump scare e porte che sbattono. In parte è vero e anch’io ho rilevato questo aspetto in più di un episodio, tuttavia la scelta dei ricercatori ha un senso e non poteva essere guidata esclusivamente da parametri estetici, che non sono quantificabili. I jump scare funzionano, sono facilmente individuabili ed hanno un effetto altrettanto individuabile sugli spettatori. Servivano poi film che ne avessero un numero sufficientemente elevato da poter elaborare una quantità significativa di dati e una statistica solida ma che non si basassero solo sui jump scare e che avessero anche varie sequenze di tensione prolungata.
L’importanza della familiarità con i film
Un altro aspetto importante è stato il livello di familiarità del pubblico con i film. Pur essendo titoli noti tra gli appassionati del genere, pochi partecipanti al sondaggio li avevano effettivamente visti (The Conjuring 2 era stato visto dal 17.4% degli intervistati e Insidious dal 13.5%). Questo è stato un fattore cruciale perché la familiarità con la trama e le scene chiave avrebbe potuto influenzare le reazioni emotive dei partecipanti all’esperimento. Se uno spettatore conosce già cosa accadrà in un film, la sua risposta emotiva potrebbe essere attenuata, riducendo l’efficacia dello studio. Scegliendo film meno visti, i ricercatori hanno potuto garantire che le risposte dei partecipanti fossero più autentiche e spontanee.
La regia e l’estetica
Inoltre, entrambi i film sono diretti da James Wan, un regista noto per la sua maestria nel costruire sequenze horror che combinano effetti sonori, inquadrature studiate e una narrazione che alterna sapientemente attesa e shock; ne ho parlato proprio nell’episodio dedicato alle due serie di film. Questo garantiva che le emozioni suscitate fossero autentiche e ben distribuite nel tempo, offrendo ai ricercatori una base solida su cui misurare le reazioni cerebrali degli spettatori.
Guardare questi film durante una risonanza magnetica funzionale (fMRI) ha permesso di raccogliere dati affidabili sulle risposte neurali alla paura, contribuendo a una comprensione più dettagliata di come il cervello umano elabora tale emozione. L’uso di fMRI ha inoltre permesso di identificare le aree cerebrali coinvolte nei diversi tipi di paura, fornendo nuove informazioni sui meccanismi neurali che regolano le nostre emozioni più profonde.
In breve, Insidious e The Conjuring 2 non sono stati scelti per caso, ma perché rappresentavano la combinazione perfetta di paura intensa, qualità cinematografica e struttura narrativa ideale per analizzare, con strumenti neuroscientifici, il funzionamento della paura umana.

Il processo di selezione dei film
Vediamo ora più in dettaglio il processo di selezione dei film usato dai ricercatori dell’università di Turku per arrivare ai film effettivamente impiegati nell’esperimento.
Creazione della lista preliminare
La prima fase ha comportato la selezione di 100 film horror basandosi su fonti autorevoli come IMDb, Rotten Tomatoes e AllMovie. I ricercatori hanno individuato i titoli con le valutazioni più alte tra gli horror degli ultimi 100 anni, ovvero dal 1920 al 2019, perché lo studio è stato pubblicato nel 2020.
Qui mi permetto di esprimere alcune perplessità riguardo ad alcuni film che sono finiti nella lista, perché non li considero horror, o meglio, non li considero primariamente film horror. Tra i 100 film troviamo Predator, che è soprattutto un film d’azione, il primo Godzilla, quello giapponese ovviamente, che non riesco proprio a classificarlo come un horror, e per il King Kong del 1933 vale lo stesso discorso.
Il sondaggio
Una volta definita la lista preliminare, è stato condotto un sondaggio su un campione di 216 persone reclutate online cercando, tra i network universitari, le chat degli appassionati di cinema horror. La maggior parte dei partecipanti proveniva in larga parte dalla Finlandia (76,4%). L’obiettivo del sondaggio era raccogliere dati sulla percezione soggettiva della paura e sulla qualità cinematografica di ciascun film. Se siete interessati qui potete trovare e scaricare file Excel con tutti i risultati del sondaggio.
Ai partecipanti è stato chiesto se avessero visto i vari film nella lista e, in caso affermativo, di assegnare un punteggio a ciascun film da 1 a 10 in base a due criteri principali: il livello di paura suscitata e la qualità percepita. Questo ha permesso anche di indagare se esistesse una correlazione tra la qualità del film e la sua capacità di spaventare e ne parleremo meglio più avanti.
Anche qui mi permetto di avanzare qualche osservazione personale, perché in alcuni casi le valutazioni espresse mi hanno sorpreso e mi hanno trovato in disaccordo. Non aprite quella porta, quello del 1974, ha ricevuto una media di 5.7 per la paura e di 5.8 per la qualità. Che oggi non faccia più tanta paura ci posso stare, perché gli slasher moderni sono molto più efferati, pieni di sangue e budella in primo piano, mentre in quel film si vede ben poco; tuttavia un 5.8 come qualità mi sembra un po’ poco: Non aprite quella porta è un classico e una pietra miliare del genere. Non va molto meglio a La mosca di Cronenberg, che riceve un 5.2 alla paura e un 6.4 alla qualità. Anche qui sulla paura ci sto, perché La mosca è un film che gioca più sul disgusto che sullo spavento ma 6.4 alla qualità è poco e trovo ancora più atroce il 6.3 a quel filmone che è Videodrome e il 6 al Nosferatu del 1922. È andata ancora peggio ad altri due classici che ho nominato prima, ovvero Godzilla e King Kong, che ottengono 5 e 5.1, forse un po’ troppo lontani dai gusti del pubblico moderno abituato al Monsterverse di questi ultimi anni, tutto colorato e pieno di CGI.
I jump scare
Un aspetto chiave della valutazione dei 100 film è stata l’analisi dei jump scare. Per determinare con precisione quanti ce ne fossero in ciascun film, i ricercatori hanno consultato il database specializzato Where’s The Jump?, che fornisce un elenco dettagliato dei jump scare in molti film horror, con tanto di minutaggio e descrizione della scena.

La selezione finale
Dall’analisi dei dati raccolti, i ricercatori hanno selezionato due film che presentavano caratteristiche ideali per l’esperimento: Insidious e The Conjuring 2. Questi titoli sono stati scelti in quanto combinavano diversi elementi fondamentali per l’indagine neuroscientifica. Entrambi avevano ottenuto punteggi elevati sia per il livello di paura suscitato sia per la qualità percepita dagli spettatori. Inoltre, erano caratterizzati da un elevato numero di jump scare, rendendoli perfetti per un’adeguata statistica e un’analisi della paura acuta.
Altri elementi a favore dei due film li abbiamo già visti e ne avevo parlato nel dettaglio nell’episodio dedicato proprio all’analisi di Insidious e The Conjuring.
Conclusione
I ricercatori hanno cercato di selezionare e classificare i film in base a dati empirici e ad una successiva statistica che avesse una base più ampia possibile entro i limiti delle loro possibilità, tuttavia i dati si basavano anche su valutazioni soggettive e nulla garantisce che, partendo da una base differente di intervistati, si sarebbe sempre arrivati a Insidious e The Conjuring 2 come i film più adatti all’esperimento. Forse sì, ma resta il fatto che non esiste nessun criterio oggettivo e univoco per misurare la qualità di un film o quanto questo faccia paura: non stiamo misurando il peso di una mela. Il meglio che si possa fare è appunto un’indagine statistica, con tutti i suoi limiti, ovvero che vale per un certo campione di film nell’ambito di un certo sondaggio sottoposto ad un certo gruppo di intervistati.
Il sondaggio nel dettaglio
Vediamo ora nel dettaglio quali domande sono state rivolte ai partecipanti al sondaggio, perché ci sono alcune questioni interessanti che emergono se si scava un po’ più a fondo. L’obiettivo principale del sondaggio era raccogliere dati sulle abitudini di visione degli intervistati, sulle reazioni emotive ai film e sulla loro valutazione della paura e della qualità dei titoli nella lista. Il questionario era composto da diverse domande suddivise in categorie specifiche.
1. Abitudini dei partecipanti
Per comprendere il livello di familiarità degli intervistati con il genere horror, il sondaggio includeva domande relative alla frequenza con cui guardavano film, in particolare quelli horror:
- Quanto spesso guardi un film? La maggior parte degli intervistati (53,3%) guardava almeno un film a settimana.
- Ti piacciono i film horror? Le opzioni erano: sì, no, qualche volta. Solo il 18,1% ha risposto no.
- Quanto spesso guardi un film horror? Qui abbiamo il 39,8% degli intervistati che ne guarda almeno uno al mese.
- Che percentuale dei film che guardi appartiene al genere horror? Le opzioni erano dallo 0% al 90% con incrementi del 10%.
- Preferisci guardare film horror da solo o con altre persone? La maggioranza degli intervistati (56,5%) preferisce guardarli in compagnia.

2. Reazioni emotive ai film horror
Un aspetto chiave del sondaggio era analizzare come gli spettatori reagiscono emotivamente alla visione di un film horror. A tal fine è stata inserita una domanda relativa alle emozioni provate:
- Quali emozioni provi più frequentemente guardando un film horror? Si potevano scegliere più risposte e le cinque emozioni più votate dai partecipanti sono state eccitazione, paura, ansia, nervosismo e disgusto, indicando che la visione di film horror genera una combinazione di reazioni con un forte coinvolgimento emotivo.
Per capire poi cosa rende un film horror particolarmente spaventoso, ai partecipanti sono state poste due domande mirate:
- Quale tipo di horror ti spaventa di più? Anche qui si potevano scegliere più risposte. Da quelle raccolte, le tre tipologie di horror considerate più spaventose dai partecipanti sono risultate l’horror psicologico, le storie basate su eventi reali (qui non so cosa esattamente cosa si intendesse) e l’horror soprannaturale, che evidentemente va ancora alla grande, come testimoniato proprio dal successo di film come Insidiuos, The Conjuring, Smile, Talk to me e altri. Al contrario, le tre tipologie meno spaventose sono state l’horror adolescenziale, l’horror gotico, che evidentemente non è più un qualcosa di attuale e non risponde alle paure dei nostri tempi, e l’horror fantascientifico.
- Cosa trovi più spaventoso in un film horror? Qui le opzioni erano due: l’idea di qualcosa, ovvero quando l’immaginazione inizia a lavorare, oppure la vista di qualcosa, quando quel qualcosa ci viene effettivamente mostrato sullo schermo. I risultati del sondaggio mostrano che il 73,1% dei partecipanti ritiene più spaventosa l’idea di qualcosa di inquietante, mentre il 26,9% trova più spaventosa la vista diretta di qualcosa di terrificante. Credo che questo risultato si possa spiegare con il fatto che ancora oggi, pur vivendo in un mondo tecnologicamente avanzato, risentiamo in maniera atavica della paura per l’ignoto. Non a caso alcune delle scene più efficaci nelle serie di Insidious e The Conjuring si basano semplicemente su corridoi o angoli bui in cui non sembra esserci niente e in cui non si vede niente ma in cui i protagonisti, e noi con loro, sono convinti esserci in agguato entità e orrori spaventosi.
3. Valutazione dei film
Infine, la parte più corposa del sondaggio chiedeva ai partecipanti di valutare i film della lista che avevano visto. Le domande di questa sezione, ripetute per ogni film, erano:
- Hai visto questo film? Le risposte possibili erano: sì, no ma ne ho sentito parlare, no e non ne ho mai sentito parlare.
- Quanto lo hai trovato spaventoso? (scala da 1 a 10)
- Quanto lo valuti in base alla qualità? (scala da 1 a 10)

Qualità e paura: esiste un legame?
Uno degli aspetti più curiosi emersi dal sondaggio riguarda la relazione tra la qualità percepita di un film horror e la paura che riesce a suscitare nello spettatore. I ricercatori finlandesi si sono chiesti se i film che piacciono di più e che sono considerati ben fatti, almeno dai partecipanti al sondaggio, siano anche quelli che spaventano di più. Per rispondere a questa domanda hanno analizzato i voti dati dai partecipanti, che, come abbiamo detto, hanno espresso due giudizi su una scala da 1 a 10 in merito ai film che avevano visto:
- uno sulla paura provata;
- uno sulla qualità generale del film.
I ricercatori hanno confrontato i dati e hanno scoperto che tra le due valutazioni esiste una correlazione: più un film è ritenuto di qualità, più tende anche a fare paura. Il valore di correlazione trovato è r = 0.528 con p < 0.001, il che indica una relazione positiva di media intensità. Il coefficiente r è l’indice di correlazione di Pearson, che indica un’eventuale relazione di linearità tra due variabili statistiche (in questo caso, la qualità percepita del film e la paura suscitata). In pratica, quando aumentano i voti sulla qualità, aumentano anche quelli sulla paura. Inoltre, il valore di p conferma che questo risultato è molto solido dal punto di vista statistico: significa che c’è meno dello 0,1% di probabilità che questo legame sia dovuto al caso.

Cosa significano questi dati?
Questa correlazione suggerisce che i film horror ben costruiti sotto il profilo tecnico e narrativo – con una regia efficace, una buona interpretazione degli attori, una sceneggiatura solida e un montaggio curato – riescono anche a coinvolgere maggiormente lo spettatore e quindi a spaventarlo di più. Una storia coerente, personaggi credibili e una suspense ben dosata rendono più facile per il pubblico “entrare” nel film, vivere le emozioni dei personaggi e sentire la paura in modo più intenso.
Tuttavia, ci sono delle eccezioni. Alcuni film possono essere giudicati di alta qualità, magari per il loro valore simbolico o artistico, ma non spaventano molto. Ad esempio Occhi senza volto nel sondaggio ha ottenuto un 9 per la qualità ma un 5 per la paura e Psycho un 7,6 in qualità ma solo 5,6 per la paura. Entrambi i film sono del 1960 e da allora ad oggi si è alzata parecchio l’asticella negli horror per quel che concerne il sangue, lo splatter e i jump scare: credo sia piuttosto normale che oggi quei film siano percepiti come meno spaventosi. Analogamente ci sono film che, pur non brillando per qualità, riescono comunque a far provare paura, magari grazie a un’atmosfera disturbante, a jump scare efficaci o a immagini particolarmente inquietanti. Ad esempio REC 2 nel sondaggio ha ottenuto 7,3 alla paura ma solo 5,8 per la qualità.
Conclusione
In sintesi, l’analisi dei dati del sondaggio mostra che c’è un legame tra la qualità percepita di un film horror e la paura che provoca: i film ben fatti tendono, in media, a far più paura. Ma questo non vale sempre e comunque. La paura che un film riesce a suscitare è il risultato di tanti fattori che si intrecciano: qualità tecnica, tipo di horror, esperienza personale e contesto di visione. Inoltre, bisogna ricordare che la paura provata è anche un qualcosa di soggettivo. Le reazioni possono cambiare in base ai gusti personali, all’esperienza di chi guarda e anche al contesto. Vedere un horror da soli, di notte, al buio, può essere molto diverso rispetto a guardarlo in compagnia e in pieno giorno. Anche le aspettative contano: se ci aspettiamo un film molto pauroso, potremmo essere più predisposti a spaventarci, perché subentra la paura anticipatoria. Capire questa complessità è utile non solo per chi fa cinema, ma anche per chi studia le emozioni e vuole costruire esperimenti scientifici un minimo realistici ed efficaci per analizzare come reagiamo di fronte alla paura.
Anno di uscita, paura e qualità: esiste un legame?
I ricercatori non si sono limitati a indagare quanto un film faccia paura o quanto venga considerato di qualità: si sono anche chiesti se l’anno in cui un film è uscito sia correlato alle variabili precedenti. In particolare, si sono concentrati su due domande: i film horror più recenti fanno più paura rispetto ai più vecchi? E sono anche considerati migliori dal punto di vista qualitativo?
Paura e anno di uscita
Per rispondere alla prima domanda, i ricercatori hanno messo a confronto i voti dati alla paura con l’anno di uscita dei film. È emersa una correlazione positiva ma debole, con un indice di Pearson pari r = 0.229 con un valore di p = 0.02. Questo significa che, in media, i film usciti più di recente tendono a essere percepiti come leggermente più spaventosi rispetto a quelli più datati. Anche se la correlazione è modesta, è statisticamente significativa, quindi è improbabile che sia frutto del caso.

Questa tendenza potrebbe riflettere l’evoluzione del linguaggio cinematografico: effetti sonori più potenti, immagini più realistiche, un montaggio più rapido e un uso strategico dei jump scare contribuiscono a rendere l’esperienza visiva più intensa. Inoltre, il ritmo più veloce e l’immediatezza delle narrazioni moderne mantengono lo spettatore in uno stato di allerta costante. Qui mi ricollego anche al discorso che ho accennato prima, ovvero che oggi siamo abituati a film che mostrano di più (più sangue, più budella, più creature, più scene efferate) e forse i film più datati ci fanno meno effetto perché mostrano meno e magari con effetti speciali meno efficaci. Basta confrontare, ad esempio, il primo Non aprite quella porta con uno slasher degli ultimi anni.
Tuttavia, questo non significa che i film più vecchi non siano per niente spaventosi. Anzi, alcuni classici dell’horror riescono ancora oggi a colpire profondamente, grazie alla loro capacità di costruire un’atmosfera disturbante e una tensione psicologica duratura. Film come The Exorcist (1973) e The Shining (1980) restano pietre miliari del genere proprio perché riescono a coinvolgere emotivamente lo spettatore con mezzi più sottili ma altrettanto efficaci.
Qualità e anno di uscita
In questo caso i risultati sono stati molto chiari: non c’è alcuna correlazione significativa tra l’anno in cui è stato distribuito un film horror e la qualità che gli viene attribuita dal pubblico. Il coefficiente di correlazione trovato è r = -0.02, con un valore di p = 0.843. Questi numeri indicano che non esiste alcuna relazione tra le due variabili: l’anno di uscita di un film non ha alcun impatto prevedibile sulla sua qualità percepita e quindi un film uscito da poco non è automaticamente considerato migliore rispetto a uno realizzato molti anni fa.

Tra i film considerati di alta qualità ci sono sia titoli vecchi che recenti. I già citati L’esorcista e Occhi senza volto vengono apprezzati ancora oggi e, al tempo stesso, film recenti come The Conjuring (2013) o The Wailing (2016) ricevono ugualmente ottimi giudizi. Esistono però anche film moderni poco apprezzati, così come titoli del passato che oggi non piacciono più tanto, lo abbiamo visto con Nosferatu di Murnau, che forse è un po’ troppo lontano nel tempo e richiede un po’ di cultura cinematografica per essere apprezzato.
Conclusione
I dati raccolti mostrano che i film horror più recenti tendono a fare in media più paura rispetto a quelli più vecchi, ma non sono automaticamente migliori. L’uso di tecniche moderne contribuisce ad una maggiore immersività e a rafforzare l’effetto emotivo, ma la qualità di un film è il risultato di una combinazione più complessa di fattori. Questo significa che un buon horror può arrivare da qualsiasi epoca: ciò che conta davvero sono il suo valore artistico e la sua capacità di coinvolgere lo spettatore e lasciare un impatto duraturo, a prescindere dall’anno in cui è stato realizzato.
Note
- Dissociable neural systems for unconditioned acute and sustained fear, di Matthew Hudson, Kerttu Seppälä e altri, NeuroImage 216 (2020). Consultabile e scaricabile su ScienceDirect ↩︎