La morte della cultura di massa

Oggi parliamo di un saggio di Vanni Codeluppi piuttosto recente, pubblicato a settembre 2024 da Carocci editore e il cui titolo è proprio La morte della cultura di massa. L’autore è un sociologo, professore ordinario presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dove insegna sociologia e sociologia dei consumi.

Nella prima parte dell’episodio presento in generale il libro e nella seconda prendo in considerazione alcuni punti specifici che ho trovato interessanti e che si riagganciano ad alcuni discorsi che ho affrontato in alcuni episodi de La biblioteca del gatto rosso.

Il saggio è breve e denso, poco più di 100 pagine in un formato poco più grande dell’A6, quindi non farò un riassunto, per i dettagli vi rimando al testo, che è interessante. Alcuni concetti saranno già noti a chi si occupa e conosce un po’ di studi sui mass media, la cultura di massa e la cultura pop. Il saggio è un buon testo introduttivo per chi non conosce in maniera approfondita questi argomenti, per il neofita diciamo, anche perché è molto chiaro, comprensibile e non richiede particolari studi o una specializzazione come prerequisito; inoltre la dettagliata bibliografia consente poi di approfondire gli argomenti trattati nei vari capitoli.

L’obiettivo dell’autore è analizzare le caratteristiche della cultura di massa contemporanea, ovvero quella cultura nata a partire dal secondo dopoguerra essenzialmente grazie all’industrializzazione di massa e rivolta ad un’elevata quantità di individui. Codeluppi segue un percorso storico, andando indietro nel tempo e ripercorrendo anche il dibattito che c’è stato in Italia sulla cultura di massa; sono argomenti che qui non riporto, anche se sono interessanti. Avvicinandoci più ai giorni nostri l’autore rileva una frammentazione di questa cultura di massa in varie subculture, a cui è seguito un processo di concentrazione di tali subculture verso due polarità estreme, che poi vedremo. La conclusione di Codeluppi è che via via è scomparsa la parte centrale e media che contraddistingueva la vera e propria cultura di massa.

Questo è per sommi capi ciò di cui parla il saggio. Io mi soffermerò su tre argomenti in particolare, facendo anche alcune mie considerazioni:

  1. l’effetto Netflix e le piattaforme di streaming
  2. la “marvelizzazione” della cultura
  3. la crisi della forma

Con “effetto Netflix” l’autore intende un po’ quel che è successo con la serie Squid Game, nata in Corea del Sud ma che ha ben presto riscosso un enorme successo in tutto il mondo. Netflix, come altre grandi piattaforme, ha la necessità di adattarsi alle culture dei vari paesi in cui opera e pertanto investe localmente per creare contenuti audiovisivi che poi diffonde nel resto del mondo. Il risultato è che gli utenti delle piattaforme si trovano di fronte a una ricca offerta di prodotti locali e globali. Un’offerta spesso soverchiante: tanto per darvi un’idea negli USA Netflix utilizza una categorizzazione dei prodotti cinematografici che comprende oltre 75.000 sottogeneri.

Qual è la conseguenza di una simile abbondanza nell’offerta? Frustrazione, ansia, paralisi e difficoltà a scegliere, come spiega bene lo psicologo Barry Schwartz nel suo saggio The Paradox of Choice: Why More Is Less. Netflix e le altre piattaforme hanno cercato di ovviare al problema ricorrendo ai loro famigerati algoritmi. Funzionano? Risolvono il problema? Probabilmente poco, ma Netflix sembra ottimista a riguardo, perché ha dichiarato che circa l’80% dei contenuti guardati viene scelto dagli abbonati in base ai suggerimenti ricevuti dall’algoritmo dell’azienda. Non sappiamo se il dato sia vero o meno, Netflix potrebbe averlo gonfiato per mostrare l’efficacia e l’utilità dei propri algoritmi; non lo so ma prendiamolo per buono. Aggiungo a questo punto una mia considerazione: una delle implicazioni del dato fornito da Netflix è che gli utenti diventano passivi e, vuoi per comodità, vuoi per pigrizia, si arrendono a ciò che l’algoritmo propone loro e quindi finiscono per fruire film e serie che li assecondano nei gusti e nei contenuti. Ho già parlato in episodi passati dell’importanza di venire in contatto con prodotti culturali che, invece di assecondare e confermare le nostre idee e i nostri gusti, le contraddicono: è un ottimo modo per espandere i propri orizzonti culturali, evolvere e imparare cose nuove.

Negli ultimi anni il cinema ha visto ridursi il peso occupato dai prodotti di fascia media e la Marvel ha avuto un ruolo rilevate in questo processo, anche se solo vent’anni fa era impossibile immaginare che una casa editrice di fumetti in serie difficoltà economiche avrebbe potuto rendere la sua scuderia di supereroi così importante da modificare radicalmente l’industria hollywoodiana. I vari film dell’MCU, più di 30, hanno incassato finora circa 30 miliardi di dollari; sono cifre notevoli, che fanno della Marvel uno dei marchi di maggior successo nell’industria dell’intrattenimento (il maggiore, se guardiamo solo al cinema).

Va detto che la Marvel ha potenziato un modello che esisteva già nel cinema ed era nato per far fronte alla crisi degli incassi dovuta alla concorrenza della televisione, che si era diffusa un po’ in tutte le case. Il modello prevedeva prodotti in grado di generare serie di film più o meno lunghe (più lunghe erano, meglio era) in grado di attirare spettatori in sala e a cui poi magari era collegato un ampio merchandise (vedi Star Wars). I film in sostanza diventavano veri e propri brand, marchi aziendali. La Marvel ha creato un unico gigantesco prodotto culturale che evolve nel tempo e in grado di tenere occupato costantemente lo spettatore per anni, inizialmente con ogni film che già anticipava qualcosa dei prossimi con le scene post credit e poi con rimandi vari tra film e serie tv, che oggi compongono una fitta ragnatela.

Prima di blastare la Marvel (chi segue il podcast sa che non amo e non apprezzo il MCU, per vari motivi) va detto che questa arriva a risollevare le sorti economiche di Hollywood in un periodo di difficoltà dovuto alla concorrenza del web, delle serie tv e delle piattaforme di streaming che stavano spingendo il pubblico ad abbandonare le sale.

Veniamo ai lati negativi del dominio dei film Marvel a Hollywood, che sono principalmente culturali. Tale dominio ha decretato la quasi totale scomparsa dal mercato di quelli che erano in passato i film di fascia media, quella che in passato ha maggiormente rappresentato nel mondo del cinema la cultura di massa. Tali film oggi non sono più molto redditizi per le case di produzione, soprattutto in confronto con gli incassi del MCU, e dunque sono considerati da abbandonare. Forse la Marvel ha solo accelerato un processo già in atto ma il risultato comunque è un impoverimento dell’offerta culturale e la polarizzazione del cinema americano tra due estremi: i cinecomics da una parte e il cinema indipendente e di qualità dall’altra. A Hollywood si è indebolito, come dicevo, quello che rappresentava il suo principale elemento di forza, ovvero la capacità di dare vita a numerose pellicole popolari e in grado di raggiungere un buon successo commerciale, ma anche dotate di un discreto livello qualitativo. La categoria cinecomics va intesa in senso un po’ più largo, perché a seguire il modello della Marvel sono anche altre celebri saghe, come Star Wars, la DC e Harry Potter.

Prima di passare al prossimo argomento voglio aggiungere una postilla sui film horror, che rappresentano un filone molto vitale nel cinema e anche molto profittevole, anzi, in media sono i film più profittevoli rispetto al budget di partenza. Va detto che gli horror sono visti da un pubblico molto più ristretto rispetto ai cinecomics e lo confermano anche gli incassi che, in termini assoluti, sono piuttosto bassi; anche qui è interessante notare che gli horror che incassano di più fanno parte di brand già esistenti (es: Alien) o diventano a loro volta dei brand con il loro multiverso che un po’ si avvicina al modello Marvel senza però raggiungerne le dimensioni (es: The Conjuring).

Codeluppi fa un’osservazione fondamentale, che può sembrare scontata, ma vedremo che non lo è: ogni messaggio, per funzionare in maniera ottimale, deve sviluppare un rapporto di collaborazione e complementarità tra il piano dell’espressione, della forma, e il piano del contenuto. Tuttavia, se guardiamo ai prodotti culturali che vengono di solito realizzati e diffusi oggi, è evidente che in media le persone sembrano accontentarsi di una semplificazione del ruolo svolto dal piano dell’espressione. L’autore prosegue il discorso prendendo in considerazione il panorama musicale; non voglio addentrarmi in questo campo, perché qui sul podcast mi occupo di letteratura e cinema, tuttavia voglio soffermarmi su una particolare osservazione che fa Codeluppi, perché trovo che valga anche per la produzione letteraria e cinematografica contemporanea. Il concetto è questo: negli ultimi decenni le persone si sono abituate all’idea che tutta la musica debba essere considerata pop, ovvero qualcosa che viene prodotto industrialmente e massicciamente consumato attraverso i media; ciò è il risultato dell’intensificarsi dell’interesse sociale per l’immagine dei musicisti e del conseguente indebolirsi dell’attrazione esercitata da parte del livello qualitativo del linguaggio musicale. Non so dirvi se questo è vero perché ne so poco in campo musicale ma si può fare la stessa osservazione per quel che riguarda il cinema e, in parte, la letteratura. Per quel che riguarda le serie tv e i film vogliamo che siano pop, siamo diventati abbastanza allergici al cinema d’autore; se guardiamo alle produzioni Netflix, in particolare, tendono a poppizzare tutto. La complessità del linguaggio è diventata irrilevante e purtroppo oggi film e serie tv scritte male sono diventate una realtà, se non la regola, e nessuno ci bada più, tanto ci basta avere la nostra dose di personaggi preferiti, di effetti visivi, di intrattenimento, di citazioni nerd, di cameo e insulsaggini varie. Però stiamo attentissimi a quello che dicono e fanno le star in pubblico e sui social, badando soprattutto al loro posizionamento morale. I tweet e i post di un attore sono diventati più importanti dei film in cui recita e, soprattutto, dei contenuti e del valore artistico di quei film. E quindi le produzioni sono ben contente di svuotare i cinecomics di contenuti, di significati e di profondità fino a farli diventare sequenze d’immagini che si guardano a cervello spento e poi non ci lasciano nulla. Di cinecomics ci si ingozza come si fa con i popcorn. C’è anche una parte di letteratura che è afflitta dalla stessa piaga, la parte più pop e nerd, guarda caso; basta farsi un giro sui canali, sui profili e sulle pagine dei social dedicate ai libri.

A partire dagli anni ‘70, nel cinema, sono arrivati vari linguaggi sperimentali, come quelli della nouvelle vague francese e della New Hollywood, con registi come Woody Allen, Robert Altman, Francis Ford Coppola, Brian De Palma, Geroge Lucas, Martin Scorsese, Steven Spielberg, Stanley Kubrick, John Carpenter, Ridley Scott e altri ancora. In seguito, però, il cinema ha ridotto lo spazio riservato ai linguaggi più innovativi e oggi le pellicole che incassano di più, tra cui rientrano i cinecomics, fanno ricorso a un linguaggio decisamente tradizionale e semplice.

In conclusione, nei principali ambiti della produzione culturale contemporanea, si presta sempre meno attenzione al livello di qualità raggiunto dal linguaggio e dalla forma e si predilige invece la quantità, almeno da parte dei produttori. Si prediligono quindi, e lo noto tanto in film e serie tv, forme elementari e poco distintive, che possono circolare facilmente e in abbondanza, ma che, proprio per questo, determinano un impoverimento dell’offerta culturale. A me sembra che al pubblico vada bene questo stato di cose, i prodotti semplici e banali non dispiacciono affatto e anzi, vedo una certa avversità e un certo fastidio nei confronti dei film più complessi. L’ho notato, ad esempio, con Il ragazzo e l’airone e ne ho parlato in un episodio dedicato. L’ultimo film di Miyazaki, pur avendo un primo livello di lettura piuttosto chiaro e comprensibile, è criptico in alcuni punti, alcune scene possono essere interpretate liberamente dallo spettatore, non hanno un significato immediato e univoco. Questo non ci piace più, ci dà fastidio, non accettiamo più di uscire dalla sala con alcune parti del film a noi poco chiare, tutto deve essere immediato e predigerito, non deve richiedere alcuna rielaborazione da parte nostra, così possiamo fiondarci subito a sbranare il prossimo film, la prossima serie, il prossimo video su YouTube o su TikTok (alcuni, a dire il vero, lo fanno anche durante la proiezione in sala).

Abbuffarsi di film, serie tv e libri dai contenuti semplici, di scarsa qualità con una fruizione passiva, limitata al puro intrattenimento e che non porta ad alcun tipo di approfondimento e rielaborazione, ha delle conseguenze. La morte della cultura di massa va di pari passo con un giornalismo sempre più scadente (in modo particolare in Italia), in cui abbondano articoli brevi e superficiali che fanno leva sul sensazionalismo e le emozioni spicce mentre scarseggiano gli articoli di approfondimento più lunghi e complessi. In generale l’odierna società dell’informazione, con il continuo flusso (tsunami, sarebbe meglio dire) di dati a cui siamo sottoposti, sta creando dei soggetti disinformati, disorientati e sempre più ignoranti.

Ma non preoccupatevi, tanto qui da noi l’ignoranza è vista in modo positivo, quindi tutto bene. Battute ciniche a parte, la tendenza si può invertire ma dobbiamo essere noi spettatori/lettori a farlo, perché se aspettiamo gli algoritmi di Netflix o che la qualità ci piova dal cielo senza comportare alcuno sforzo da parte nostra, stiamo freschi.

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