L’uomo-lupo-mosca

Che bizzarra chimera è mai questa? Ovviamente me la sono inventata io, e a ragion veduta, come cercherò di mostrarvi in questo episodio, anche se con un po’ di ironia alla base. Sono andato a vedere Wolfman al cinema e il film, sotto certi aspetti, mi ha ricordato La mosca di Cronenberg e voglio parlarvi proprio di questo.

Nella prima parte dell’episodio farò una sorta di presentazione generale del film, che può essere utile anche e soprattutto a chi non ha visto il film: qui a La biblioteca del gatto rosso cerco di non dare mai nulla per scontato. Nella seconda parte farò abbondanti spoiler, sennò è impossibile fare un’analisi un minimo approfondita. Vi avverto prima ovviamente. Il film di Cronenberg invece lo darò per scontato in questa sede, perché ne ho già parlato in un episodio che parte dal racconto La mosca per poi affrontare gli adattamenti cinematografici che ne sono stati fatti.

Wolfman è un film del 2025 scritto, diretto e interpretato da Leigh Whannell, che io avevo apprezzato molto per L’uomo invisibile del 2020. Per chi non conoscesse Leigh Whannell, lui è legato alla serie di Saw e di Insidiuous, collabora con James Wan da anni sia in veste di regista, che di sceneggiatore e anche di produttore.

Il regista Leigh Whannell

La pellicola inizia nel 1995, in una remota baita tra le montagne dell’Oregon. Da quelle parti circola una storia legata ad una leggenda dei nativi americani relativa ai “volto di lupo”. La storia riguarda la scomparsa di un escursionista, che si dice sia dovuta ad una malattia trasmessa dalla fauna locale che lo ha poi trasformato in qualche modo. Nella baita vivono un bambino, Blake, e suo padre Dan, interpretato da Whannell, un ex militare che impartisce al figlio una rigida educazione basata proprio sui suoi trascorsi da soldato. Una mattina, andando a caccia nel bosco, i due avvistano quello che sembra un uomo dall’aspetto strano, che si dilegua tra gli alberi. Vengono poi attaccati da una misteriosa creatura, che non si vede mai per intero ma che Dan è convinto si tratti dell’escursionista scomparso, ovvero della leggendaria creatura di cui parlavano i nativi, e intende dargli la caccia.

A questo punto la storia salta in avanti di 30 anni e ritroviamo Blake che vive a San Francisco e fa lo scrittore, anche se attualmente è “in pausa”; ha una moglie, Charlotte, che fa la giornalista e una figlia a occhio di 10 anni, Ginger, alla quale è molto legato, anche se a volte, nell’intento di essere protettivo, la tratta severamente e forse Blake ha ereditato un po’ i modi severi del padre. Un giorno Blake riceve una busta che contiene un mazzo di chiavi e la comunicazione che il padre, che era scomparso, è stato ufficialmente dichiarato morto e la sua proprietà in Oregon passa dunque a Blake. Charlotte ha alcune difficoltà a lavoro e la situazione tra lei e il marito è un po’ tesa. Visto che Blake deve andare in Oregon per portare via le cose del padre, propone alla moglie e alla figlia di andare con lui con l’idea che una lunga vacanza in mezzo alla natura possa servire a ritrovare la serenità familiare. I tre partono a bordo di un furgone per i traslochi e, arrivati nei pressi della proprietà di Dan, si imbattono in una creatura aggressiva e pericolosa, che li braccherà a più riprese trasformando la vacanza in un incubo.

Charlotte, Blake e Giner

Il film mi ha deluso, è molto al di sotto de L’uomo invisibile. I personaggi e i loro legami non sono per niente approfonditi: di Blake sappiamo che è uno scrittore in pausa molto legato a sua figlia e vediamo infatti un gioco che fanno spesso i due e che potremmo riassumere con “indovina cosa sto pensando”; di Charlotte sappiamo ancora meno, la vediamo discutere una volta con il suo editore per telefono e una volta col marito davanti alla figlia. Ginger poi non è caratterizzata quasi per niente. Nel film dovrebbe esserci un forte dramma familiare, perché se partiamo con una famiglia con generiche difficoltà finiamo con una vera e propria tragedia, ma il dramma non è mai vissuto in pieno, almeno non dallo spettatore. I legami tra i personaggi sono molto generici, anche i personaggi sono molto generici e finisce che di questi qui non ce ne può fregare di meno; la tensione emotiva è presente solo quando c’è la creatura e quando questa attacca. Eppure è piuttosto facile entrare nel dramma di una famiglia che va in pezzi. Il film non è tuttavia da buttare: il trucco e gli effetti speciali sono validi e funzionano, le parti horror e la location pure e in alcuni momenti la creatura è disgustosa, ripugnante e tutto il processo di trasformazione lo è, è interessante e si discosta dalle classiche trasformazioni in licantropo; tuttavia anche qui il film sembra procedere con il freno a mano e in maniera generica e non diventa mai un body horror pienamente compiuto come La mosca. Diciamo che alla base del film ci sono ottime idee che purtroppo non sono state realizzate in maniera adeguata.

Per motivare le mie affermazioni e discutere il parallelismo con la pellicola di Cronenberg debbo fare spoiler per cui se non avete ancora visto il film e siete interessati è meglio che interrompete qui la lettura, tanto potete sempre riprenderla in un secondo momento. Se lo avete già visto oppure non vi importa nulla degli spoiler andiamo al succo del discorso.

La nostra poco allegra famigliola s’imbatte subito nel lupo mannaro, anzi, quasi lo investe col furgone mentre percorre il sentiero per arrivare alla proprietà ereditata da Blake. E indovinate un po’, il licantropo si rivela poi essere Dan, il padre di Blake, che evidentemente deve essere stato contagiato dall’escursionista mentre era sulle sue tracce. Dan in forma di licantropo lo vediamo più avanti e debbo dire che la creatura, nella sua forma finale, non mi è piaciuta, perché ha questo volto affetto da prognatismo che la fa sembrare più un Uruk-hai dei film di Peter Jackson che un uomo lupo.

Durante il primo incontro/scontro con il licantropo Blake viene ferito al braccio e infettato. Ne segue una trasformazione tanto rapida quanto insolita: a questo punto tutto si svolge in una notte e Blake muta in maniera permanente e irreversibile come il padre. Scordatevi gli ululati alla luna a cui siamo abituati quando ci sono di mezzo i licantropi.

La mutazione si presenta all’inizio come una malattia debilitante non meglio precisata e solo in un secondo momento emergono le fattezze bestiali da lupo, con tanto di pelo, zanne e artigli. Blake diventa sempre più ripugnante durante la trasformazione, che gli provoca una sofferenza tale che lui crede di stare per morire. Gli cadono i denti e i sensi diventano più acuti, in maniera disorientante all’inizio; perde i capelli a chiazze e la pelle del viso cambia aspetto e consistenza, Blake sembra un po’ Seth Brundle nelle prime fasi della sua ben più disgustosa mutazione. Se confrontate i personaggi dei due film troverete non poche somiglianze visive. Gli arti di Blake cambiano, gli cadono le unghie sotto la pressione dei nuovi artigli affilati e anche la ferita al braccio rivela la mutazione inquietante e ripugnante che avviene sotto la pelle. Blake, la cui mente vacilla sempre di più ed è sempre meno umana, all’odore del suo stesso sangue che cola dalla ferita sembra entrare in una sorta di frenesia e arriva a mordersi il braccio e a mangiarsi alcuni brani di pelle o di carne. Man mano Blake assume anche le movenze e l’atteggiamento del lupo e perde la parola, riesce solo a ringhiare e ululare e digrignare.

La mutazione di Blake in licantropo segue, a grandi linee, quella di Brundle in uomo mosca, anche se quella di Blake è molto più veloce perché avviene nel giro di poche ore. Tuttavia non riesce ad essere ugualmente efficace. In alcune scene, come dicevo, la trasformazione è disgustosa ma il film non insiste più di tanto sul body horror, resta un po’ a livello superficiale e ci sono altri momenti in cui la trasformazione non è molto impressionante. Per fare un esempio le scene in cui a Blake cadono i denti e saltano via le unghie non è che mi abbiano colpito più di tanto, anche se credo che l’intenzione invece fosse quella visto che c’è un bel primo piano sulle unghie che cadono. In The substance, di cui ho parlato in un episodio recente, le scene in cui a Sue cadono i denti e si staccano le unghie mi hanno genuinamente schifato quindi non credo di essere insensibile a roba del genere, credo piuttosto che in vari punti Wolfman non riesca ad essere disgustoso quanto vorrebbe.

Un altro punto di contatto tra Wolfman e La mosca è il dramma familiare. Anche se nel film di Cronenberg Seth e Ronnie non sono sposati, vediamo che ben presto formano una coppia e lei aspetta un figlio da Seth. In entrambi i film l’uomo sembra diventare il cattivo della situazione ma poi si rivela essere molto umano, nonostante le fattezze mostruose. Tuttavia in Wolfman questo dramma familiare non viene approfondito più di tanto, io non ne sono rimasto coinvolto, l’ho visto ma non l’ho vissuto, e l’esempio più lampante, secondo me, si vede nel finale del film che, di nuovo, ricalca quello de La mosca.

In Wolfman, Blake si scontra col padre e lo uccide ma poi, sempre meno umano sia dal punto di vista fisico che mentale, rivolge la sua violenza contro la moglie e la figlia. Blake sembra aver sostituito il padre nel ruolo di antagonista e di minaccia, ma sul finale arriva il colpo di scena. Charlotte e Ginger si rifugiano nella piccola torretta di avvistamento per la caccia dove Dan e il giovane Blake erano saliti per scampare agli attacchi dell’escursionista licantropo, solo che stavolta le cose vanno in maniera diversa: vediamo che Blake-lupo sale sulla scaletta di legno ma esita a sferrare il suo attacco; Ginger, che in qualche modo riesce a leggere il pensiero del padre (abbiamo visto che è un gioco, è solo molto legata a lui), intuisce che Blake non ha inseguito le due per sbranarle, bensì affinché Charlotte ponga fine alla sua sofferenza con un colpo di fucile. Ginger dice alla madre: “lui vuole che tutto questo finisca”. O qualcosa del genere. La scena mi ha lasciato indifferente, anche in questo caso non ho vissuto per niente il dramma della situazione e non ho provato nulla per nessun personaggio. Nel suo ultimo attimo di lucidità e umanità Blake-lupo dovrebbe suscitare un minimo di commozione, ma non ci riesce. Pensate al finale de La mosca, in cui Brundle, ridotto ad un ammasso di ciccia informe mischiata alle lamiere della macchina per il teletrasporto afferra con la chela la canna del fucile impugnato da Ronnie e si poggia la canna sulla testa, in sostanza implorando di essere ucciso. Quanto è umano Brundle in quella scena nonostante il suo aspetto fisico sia così lontano dall’umano? E quanto è umano lo sguardo che rivolge a Ronnie nonostante Brundle non abbia più occhi umani? Di nuovo, Leigh Whannell vorrebbe ricalcare quella scena ma non ci riesce, tutto rimane ad un livello molto più superficiale. Sembra che Whannell abbia paura a prendere a pugni nello stomaco lo spettatore.

La cosa che mi ha lasciato più interdetto è che Whannell è lo stesso che ha scritto e diretto L’uomo invisibile, dove invece il rapporto violento e allucinante tra Griffin e la moglie è molto ben approfondito.

Un altro parallelismo che si può fare è con Shining:

  • in entrambi i film i protagonisti si ritrovano isolati dal resto del mondo in un posto remoto e inquietante, rispettivamente la proprietà di Dan in Wolfman e l’Overlook Hotel in Shining;
  • in entrambi i film vediamo uno scrittore in crisi che, arrivato nel luogo misterioso, subisce una trasformazione di qualche tipo, impazzisce, diventa violento e aggredisce gli altri componenti della famiglia. Va detto che il film di Kubrick lascia intendere che Jack Torrance fosse già violento (lo vediamo ad esempio all’inizio del film) e che l’hotel abbia amplificato questa sua inclinazione.

Per concludere in film si basa su buone idee di partenza che però sono state un po’ sprecate, perché non vengono sviluppate in maniera adeguata e approfondita, nonostante Whannell avesse le capacità per farlo visti i suoi lavori precedenti. Un peccato, sinceramente.

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