È ancora possibile fare film basati su case infestate, spiriti, demoni e possessioni? A quanto pare James Wan, divenuto famoso con Saw, ci è riuscito con due serie di successo, Insidious e The conjuring (più con la seconda direi), anche se, ad una attenta analisi, il successo delle due serie non si basa tanto sulle case infestate e le oscure presenze che ne tormentano gli abitanti, quanto piuttosto su una buona regia, scene ben costruite e alcuni elementi narrativi che esercitano una notevole presa sul pubblico e vanno molto di moda, ad esempio il fascino per il mistero, il ghost hunting, le indagini sul paranormale e il true crime. Ne parliamo in questo episodio, in cui mi soffermerò principalmente sul primo Insidious e sui primi due The conjuring. L’episodio di oggi fa da raccordo tra un episodio passato, in cui ho parlato dei film più spaventosi secondo la scienza, e un episodio futuro, in cui vedremo come i film che andremo ad analizzare sono stati impiegati in uno studio scientifico sulla paura condotto da alcuni ricercatori dell’università di Turku, in Finlandia.
Presenterò i film anche per chi non li conosce, ma già vi avviso che ci saranno numerosi spoiler, inevitabili per fare un’analisi che sia un minimo approfondita. Parleremo della trama dei film, delle atmosfere, dei personaggi e delle tecniche narrative che hanno reso questi film un successo nonostante ruotino attorno a temi che apparentemente sono vecchi e fin troppo sfruttati.
Insidious (2010)
Insidious comincia con un’allegra famigliola che si trasferisce in una nuova casa e lì inizieranno a succedere fenomeni inspiegabili e inquietanti. Quanti horror iniziano così? Tantissimi. La storia è poi incentrata su uno dei figli dei Lambert, Dalton, che entra inspiegabilmente in uno stato comatoso e diventa un veicolo per i fantasmi di una dimensione astrale sovrapposta al nostro mondo che vogliono impossessarsi del suo corpo. La famiglia cerca quindi l’aiuto di una sensitiva per riportare il figlio da questo regno chiamato “l’Altrove”.

Uno dei punti di forza del film è l’uso magistrale dei jump scare. Sebbene spesso criticati nell’horror moderno, e giustamente, Wan dimostra come possano essere impiegati efficacemente se preparati in maniera adeguata. Un esempio notevole è la ben nota sequenza del demone dalla faccia rossa, che costruisce la tensione in modo magistrale prima di far scattare il jump scare. Ovviamente, e per fortuna, il film non si limita ai soli jump scare e alle porte che sbattono: visivamente, il film fa un uso strategico del colore rosso in certe scene, creando un’atmosfera distintiva e inquietante, dal momento che il rosso è legato alle presenze maligne. Questa tecnica visiva da una parte aiuta a distinguere gli elementi soprannaturali dal mondo ordinario, dall’altra ne accentua le caratteristiche e l’aura di minaccia, che di suo non è granché. È una tecnica già adottata da Dario Argento e Mario Bava nei loro film, anche se Bava non utilizzava solo il rosso per segnalare la presenza del soprannaturale (vedi I tre volti della paura). Anche il titolo del film, con i suoi caratteri rossi rimanda un po’ a Dario Argento.

Gli spiriti e le presenze nel film fanno rumore, fanno bù, ma non è che siano molto minacciose, semmai lo sono più per lo spettatore che salta sulla sedia che per i protagonisti. Questo è dovuto ad un difetto che riguarda l’ambientazione: uno dei punti deboli del film è infatti la costruzione delle regole che governano il mondo degli spiriti. Le entità non sembrano realmente pericolose se non quando l’anima è separata dal corpo, perché solo allora possono danneggiarti, in caso contrario non possono farti nulla. Se con la tua anima vai nel mondo degli spiriti dovresti essere in pericolo, vulnerabile agli attacchi dei defunti e dei demoni, tuttavia spunta fuori la faccenda che tu sei vivo, hai più forza degli spiriti e li puoi menare, cosa che il personaggio di Patrick Wilson fa con lo spirito di Ozzy (l’ho ribattezzato io così perché in effetti somiglia a Ozzy Osbourne). Allora quand’è che questi spiriti sono realmente pericolosi? Questo aspetto lascia lo spettatore un po’ perplesso su quanto sia realmente pericoloso il mondo ultraterreno, specie quando Lambert ritrova l’anima di suo figlio imprigionata in una inquietante stanza dell’Altrove che è la residenza del demone dalla faccia rossa. Il demone tuttavia non fa nulla, a parte ascoltare musica e arrotarsi gli artigli, e il massimo del pericolo è quando insegue Lambert e il figlio durante la fuga dalla stanza, ma il senso di minaccia che la scena trasmette è bassa perché non si sa mai che cosa possa farti effettivamente questo demone oltre a prenderti a schiaffoni o imprigionarti e tenerti in una stanza dal dubbio arredamento e con della musica discutibile di sottofondo.

Un altro punto di forza del film è il personaggio di Elise Rainier, la sensitiva, e qui ci avviciniamo a The Conjuring, perché Elise è accompagnata da due assistenti, due investigatori che utilizzano varie apparecchiature per rilevare l’attività soprannaturale; lei stessa utilizza un oggetto che colpisce lo spettatore, una sorta maschera antigas piuttosto inquietante. Questo elemento attinge al fascino popolare per i programmi di ghost hunting e di investigazione paranormale, un tema che Wan esplorerà ulteriormente in The Conjuring. Nel 2° Insidious ci sono proprio alcune scene di ghost hunting in luoghi abbandonati (un ospedale e la casa di un serial killer), una cosa che va molto di moda di questi tempi.
Quello di Elise è un personaggio molto riuscito, tanto che tornerà in ogni capitolo della serie, costituendone un po’ la colonna portante. È interessante, considerando che Elise è una donna anziana interpretata da un’attrice che, prima di Insidious, ha recitato solo in ruoli minori. James Wan si discosta senz’altro dall’abitudine piuttosto vecchia e abusata di riempire i film horror di belle ragazze che immancabilmente muoiono male.

In conclusione, sebbene Insidious abbia alcune scene di spicco diventate iconiche (anche la famiglia immobile è molto inquietante), il film nel suo complesso non riesce ad amalgamare tutto in una trama e in un’ambientazione coesa ed efficace come avrebbe potuto fare: Wan eccelle nel creare singole sequenze, ma fatica un po’ a intrecciarle in una narrazione e in un’ambientazione pienamente convincente e riuscita.
I coniugi Warren e il fascino del paranormale
Prima di addentrarci nell’analisi dei film della serie The Conjuring, è fondamentale parlare un minimo dei protagonisti, ovvero gli investigatori dell’occulto Ed e Lorraine Warren, perché sono uno dei motivi del successo della serie. I coniugi Warren sono realmente esistiti e sono state due persone di successo, soprattutto negli anni ‘70 e ‘80: alcuni dei casi che hanno indagato hanno sollevato non poco clamore mediatico. Vediamo un po’ meglio che tipi erano questi Warren.

Edward Warren Miney (1926-2006) e Lorraine Rita Warren (1927-2019) sono stati due dei più noti e controversi investigatori del paranormale negli Stati Uniti. La loro carriera, iniziata negli anni ’50, li ha visti coinvolti in numerosi casi di presunte infestazioni, possessioni demoniache e fenomeni inspiegabili.
Ed Warren si presentava come un demonologo autodidatta e, in seguito, come un esorcista laico riconosciuto dalla Chiesa Cattolica, anche se questa affermazione è stata contestata perché non esistono prove in merito. Alan Moore un bel giorno si è autoproclamato mago e Ed Warren si è dichiarato demonologo ed esorcista. Stateci. Lorraine, più modestamente, sosteneva di essere una medium e una chiaroveggente.
I Warren divennero celebri per il loro coinvolgimento in casi di grande risonanza mediatica, tra cui:
- Il caso della bambola Annabelle (1970), che ha ispirato l’omonimo spin-off della serie The Conjuring.
- Il caso di Amityville (1975), probabilmente il più famoso, che ha ispirato una lunga serie di film horror.
- Il poltergeist di Enfield (1977-1979) a Londra, su cui si basa The Conjuring 2, anche se in questo caso i Warren ebbero un ruolo assai marginale.
- L’assassino indemoniato, ovvero il caso che ha visto Arne Johnson imputato di omicidio; l’avvocato di Johnson ha usato come argomento di difesa la presunta possessione demoniaca dell’imputato, che i Warren erano stati chiamati ad accertare. The Conjuring 3 – Per ordine del diavolo è basato proprio su questo caso.
I Warren hanno scritto numerosi libri sulle loro esperienze e hanno tenuto conferenze in tutti gli Stati Uniti. Hanno anche fondato la New England Society for Psychic Research e creato l’Occult Museum nella loro casa in Connecticut, dove conservavano oggetti presumibilmente maledetti o infestati raccolti durante le loro indagini.
Tuttavia, è importante notare che i Warren sono stati oggetto di numerose controversie e critiche. Molti scettici e investigatori hanno messo in dubbio la veridicità delle loro affermazioni e l’autenticità dei fenomeni che sostenevano di aver osservato: ad esempio Steven Novella, Perry DeAngelis e Joe Nickell hanno esaminato il lavoro dei Warren concludendo che le loro affermazioni erano spesso infondate e prive di rigoroso metodo scientifico. Joe Nickell, in particolare, si è occupato di verificare il caso di Amityville scoprendo che si trattava di pura invenzione. I Warren sono stati più volte accusati di esagerare o addirittura inventare fatti per ottenere pubblicità e guadagni finanziari.
Nonostante le controversie, i Warren hanno avuto un impatto significativo sulla cultura popolare, americana e non, influenzando la percezione pubblica del paranormale e ispirando numerose opere di finzione, tra cui la serie di film di cui parliamo qui.

L’abilità di James Wan nel trasformare le storie dei Warren in film horror di successo dimostra il persistente fascino che questi racconti di fenomeni paranormali esercitano sul pubblico, indipendentemente dalla loro veridicità. I film della serie The Conjuring, pur prendendosi notevoli libertà creative, attingono a questo ricco background di storie dotate già di loro di grande fascino e potenziale narrativo, creando un ponte tra la realtà storica dei Warren e la finzione cinematografica. O forse dovrei dire tra la finzione reale dei Warren e quella cinematografica. Comunque sia, il richiamarsi a fatti veri, o presunti tali, aumenta il fascino della serie, che poggia su elementi di successo quali il true paranormal (concedetemi il termine un po’ ossimorico) e il true crime (ci sono elementi di true crime nel 1° e soprattutto nel 3°). Sotto questo aspetto James Wan migliora ciò che aveva cominciato in Insidious, dove c’era già una squadra di investigatori del paranormale, ma erano personaggi fittizi e privi dell’impatto, della storia e dell’importanza dei Warren.
The conjuring 1 – L’evocazione
The Conjuring è basato su un caso degli anni ‘70 di cui si sono occupati i Warren, investigatori paranormali che vengono in aiuto della famiglia Perron. I Perron si sono trasferiti in una fattoria nel Rhode Island, solo per scoprire che è infestata da una presenza malevola. Un inizio che più classico non si può. Mentre i Warren scavano più a fondo, scoprono una storia oscura legata alla stregoneria, a suicidi e a un omicidio.

Analisi
Con The Conjuring, James Wan affina ed espande alcuni degli elementi esplorati in Insidious, risultando in un film più coeso e d’impatto.
Il film si apre con i Warren che tengono una conferenza sul caso Annabelle, stabilendo immediatamente la loro credibilità e il legame del film con eventi paranormali “veri”. Questo espediente narrativo, insieme alle scene dei Warren che insegnano all’università, conferisce un’aria di autenticità alla vicenda. Concettualmente l’inizio non è molto diverso da quello dei film di 007, che solitamente vedono Bond concludere con spettacolare successo una missione che precede quella che sarà poi il cuore del film; in questo modo Bond ci viene subito presentato come capace e competente.
A proposito di Annabelle, è interessante notare come la rappresentazione cinematografica della bambola differisca significativamente dalla realtà. La vera bambola Annabelle, conservata nel museo dell’occulto dei Warren, è molto diversa dalla sua controparte cinematografica. Mentre nel film vediamo una bambola di porcellana dall’aspetto inquietante, con un viso pallido e occhi penetranti, la vera Annabelle è in realtà una bambola Raggedy Ann, molto più innocua nell’aspetto. Si tratta di una bambola di pezza con capelli rossi di lana, un naso triangolare e occhi a bottone, piuttosto scialba e dimenticabile.
Annabelle fu donata a una studentessa di infermieristica nel 1970. La ragazza e la sua coinquilina iniziarono a notare strani movimenti della bambola e a trovare biglietti scritti a mano con messaggi inquietanti. Dopo aver consultato un medium, che affermò che la bambola era posseduta dallo spirito di una bambina di nome Annabelle Higgins, le ragazze si rivolsero ai Warren. Gli investigatori conclusero che la bambola non era posseduta da uno spirito umano, ma da un’entità demoniaca che cercava di ingannare e manipolare.
La differenza tra la vera Annabelle e la sua rappresentazione cinematografica è un esempio interessante di come Hollywood tenda a drammatizzare e amplificare gli elementi visivi per aumentare l’impatto sullo spettatore. La scelta di trasformare una bambola apparentemente innocua in un oggetto visibilmente sinistro serve a intensificare l’effetto horror, anche se si allontana dalla realtà del caso. Uno stratagemma ben noto e ampiamente abusato nel cinema.

L’orrore segue un crescendo efficace: all’inizio si verificano strani fenomeni in casa Perron che poi degenerano in fatti inquietanti e pericolosi. Da principio, ad esempio, vediamo che viene scoperta una cantina chiusa con assi di legno, il cane non vuole entrare in casa e una notte muore all’improvviso, i piccioni cadono morti addosso alla casa, ci sono porte che sbattono (immancabili, troppe), quadri che cadono, la madre che si sveglia con strani lividi, una delle figlie (una Joey King pischella) che viene tirata per i piedi di notte mentre dorme.
James Wan è abile ad alternare scene in cui effettivamente ci sono presenze soprannaturali che provocano dei fenomeni reali a scene in cui fenomeni simili si rivelano essere provocati da cause naturali e vice versa. Una delle cinque sorelle è sonnambula e durante uno degli episodi di sonnambulismo si ferma davanti a un armadio e sbatte la testa contro le ante, producendo lo stesso rumore che fanno le presenze in altre occasioni; tuttavia una delle notti successive il fenomeno si ripete ma stavolta le ante continuano a sbattere anche dopo che la sorella maggiore ha messo a letto la sonnambula.
James Wan si rivela abile anche nel costruire la tensione attraverso la suggestione. Una scena particolarmente efficace coinvolge Christine, il personaggio di Joey King, che viene svegliata di notte dalla solita presenza ed è convinta che ci sia qualcosa in agguato in un angolo buio, anche se non si vede nulla. Una delle sorelle, che dorme in stanza con lei, va a controllare per far vedere a Christine che non c’è niente e Christine è sempre più terrorizzata perché vede qualcosa di orribile alle spalle della sorella. È una scena riuscitissima, che gioca tutto sulla paura di ciò che può nascondersi nel buio; vabbè subito dopo c’è il classico jump scare della porta che sbatte, però la scena è una figata. Wan capisce che ciò che il pubblico immagina può essere molto più terrificante di ciò che viene mostrato.
Scopriamo che nella casa c’è un’entità oscura che si lega alla famiglia e si nutre di essa. A differenza di Insidious, però, l’entità in The Conjuring rappresenta una minaccia concreta e fisica per la famiglia, alzando considerevolmente la posta in gioco. La rivelazione della storia oscura della casa, che coinvolge stregoneria e suicidio, aggiunge strati alla vicenda dell’infestazione.
Wan incorpora nel film elementi tipici del ghost hunting che vediamo anche sui canali YouTube o nelle trasmissioni tv legate al mistero: vediamo infatti che i Warren, aiutati dal loro assistente Drew Thomas, utilizzano varie attrezzature per rilevare l’attività soprannaturale, come macchine fotografiche collegate a termostati, microfoni, lampade uv, ecc… (manca il rilevatore K2, lo so, è un difetto imperdonabile). Questo approccio modernizza la classica storia della casa infestata, attirando appunto il pubblico familiare con i programmi di investigazione paranormale, che di questi tempi impazzano.

Un altro dei punti di forza del film risiede nei suoi personaggi. I Warren sono ritratti come individui logorati dalla loro costante esposizione a forze oscure. Questo li umanizza e aggiunge un minimo di profondità alla narrazione.
La tensione è ben dosata: come abbiamo visto, ci sono vari jump scare che funzionano e belle scene inquietanti; sotto questo punto di vista il film funziona.
C’è tuttavia una pecca che voglio segnalare: una volta che il mistero su chi sia l’entità che infesta la casa viene svelato in seguito alle indagini dei Warren, l’entità è anche un po’ depotenziata, fa meno paura, perché viene meno proprio l’aura di mistero che circondava l’entità e il pericolo dell’ignoto; l’entità diventa quasi mondana in tal modo, un avversario sempre pericoloso ma affrontabile.
Nel film ci sono anche elementi di true crime, dal momento che i Warren debbono indagare anche sui fatti di cronaca nera avvenuti nella casa e nel terreno circostante.
Lorraine Warren ha fatto da consulente per il film e sostiene che alcune scene sono aderenti ai fatti per come lei e suo marito Ed li hanno vissuti.
The conjuring 2 – Il caso Enfield
In questo sequel, Ed e Lorraine Warren si recano a Enfield, Londra, per aiutare una madre single che cresce da sola quattro figli in una casa tormentata da una maligna attività soprannaturale, un poltergeist. Durante le loro indagini scoprono che dietro a tutto c’è una presenza blasfema e sinistra con collegamenti alle precedenti visioni di Lorraine.

Analisi
The Conjuring 2 si basa sulle fondamenta gettate dal suo predecessore, espandendo il mondo dei Warren e introducendo nuovi elementi horror iconici. Tra i tre film della serie è quello che ha il maggior numero di personaggi che bucano lo schermo.
Anche questo film si apre con i Warren che indagano su un caso precedente, il famigerato caso di Amityville, collegando immediatamente la narrazione a un altro noto caso di infestazione “vera”. Questo incipit introduce anche una nuova minaccia soprannaturale: la figura di una suora demoniaca che in seguito sarà protagonista di una propria serie di spin-off. La suora è fatta molto bene, è inquietante ed efficace, è uno di quei personaggi diventati iconici, come dicevo prima.

È bene notare che il film si prende notevoli libertà creative rispetto agli eventi reali del caso di Enfield; in generale si prende più libertà rispetto al primo capitolo. Nella realtà, il coinvolgimento dei coniugi Warren nel caso fu molto marginale. Ed e Lorraine Warren non furono mai ufficialmente incaricati dalla Chiesa di investigare, come invece viene mostrato nel film. Al contrario, si recarono a Enfield di propria iniziativa e il loro coinvolgimento, non richiesto dalla famiglia, fu limitato a una breve visita. In The Conjuring 2, posizionare i Warren al centro dell’azione permette al film di mantenere la continuità con il primo capitolo della serie e di sfruttare sia la popolarità dei personaggi presso il pubblico che la notorietà del caso di Enfield, che suscitò molto clamore mediatico all’epoca e non cessa di far parlare di sé ancora oggi.
Nonostante queste libertà narrative e la notevole drammatizzazione, il film riesce comunque a catturare alcuni degli elementi chiave del vero caso di Enfield, che rimane uno degli episodi più noti e dibattuti nella storia delle presunte infestazioni paranormali.
Uno dei punti di forza del film è la rappresentazione della famiglia Hodgson, in particolare di Janet. Gli eventi soprannaturali sono intrecciati con le difficoltà della famiglia, aggiungendo profondità emotiva all’horror. Non è da escludere che tutto il caso nasca da un trauma vissuto dall’undicenne Janet, ovvero la separazione dei genitori; tendenzialmente i casi di poltergeist hanno questo alla base e sono una sorta di richiesta di attenzione da parte di un bambino o un adolescente in seguito ad un trauma. Nel film tuttavia c’è uno spirito alla base dei fenomeni paranormali che si verificano nella casa, lo spirito del defunto Bill Wilkins, un vecchio burbero che rivendica la proprietà della casa dove è vissuto e morto.
La famiglia Hodgson finisce presto in tv, anche se non di propria iniziativa ma piuttosto perché viene avvicinata da un reporter in seguito al rapporto fatto da due agenti di polizia chiamati dagli stessi Hodgson e dai loro vicini una notte, dopo il verificarsi di fenomeni paranormali particolarmente violenti. Anche la polizia assiste a fenomeni apparentemente inspiegabili, come la famosa sedia che si sposta.
In seguito una delle manifestazioni paranormali avviene anche di fronte alla troupe televisiva, alla presenza di Maurice Grosse, membro della Society for Psychical Research, e di una parapsicologa scettica, Anita Gregory; in questa occasione Janet sembra posseduta dal vecchio Bill.

Wan introduce in questo film un’altra figura horror memorabile, l’Uomo Storto, un’entità alta e imponente che sembra uscita da un incubo. O meglio, da una creepypasta, almeno questa è stata la mia impressione, perché mi ha ricordato tanto lo Slender Man. In effetti l’attore che interpreta entrambi i personaggi è lo stesso, Javier Botet. L’Uomo Storto, insieme alla suora demoniaca, dimostra l’abilità di Wan nel creare esseri soprannaturali visivamente d’impatto e inquietanti.
Il film si addentra anche più a fondo nel sacrificio che l’investigazione paranormale richiede ai Warren. In particolare, le abilità psichiche di Lorraine sono mostrate come un dono e allo stesso tempo un fardello, aggiungendo complessità al suo personaggio.


Un altro aspetto del film che ho apprezzato è che spesso c’è una voluta confusione tra le presenze che si aggirano in casa e gli elementi pittorici e figurativi attaccati alle pareti. Un esempio è la scena in casa dei Warren che vede coinvolta Lorrain e la Suora: tutto ruota attorno al ritratto che ne aveva fatto Ed e alla confusione, dovuta anche ad un abile gioco di luci ed ombre, tra il ritratto e la vera Suora, che in alcune sequenze si sovrappongono e si fondono in un tutt’uno.
Il film gioca anche con l’idea dello scetticismo e della frode, poiché Janet viene colta mentre finge attività paranormali, ovvero piegare cucchiai e lanciare piatti e altre stoviglie. Questa scena è accaduta realmente ed è uno dei motivi che ha indotto gli scettici a pensare che il caso di Enfield sia una bufala; nel film tale scena viene giustificata e ricondotta al paranormale come parte delle manipolazioni dello spirito che costringe Janet a fingere per mandare via tutti gli investigatori.
Mentre il film mantiene la tensione per la maggior parte della sua durata, il climax vira verso un territorio più orientato all’azione. A dirla tutta il finale è un po’ un’americanata, è molto caciarone e rovina il tono del film. Sembra che lo spirito del vecchio sia stato costretto a rimanere lì dalla Suora-demone, che è la vera presenza che infesta la casa e perseguita i Warren; anche l’Uomo Storto sembra essere solo uno scagnozzo della Suora. I Warren devono scoprire il nome del demone per scacciarlo e, di nuovo, queste rivelazioni depotenziano il personaggio ed eliminano tutto il mistero che avvolge la Suora. Il modo in cui Lorraine scopre il nome del demone è peraltro molto tirato per i capelli, perché è il demone stesso che le rivela il suo nome durante una visione. Un po’ troppo comodo.
In conclusione, The Conjuring 2 si basa con successo sui punti di forza del suo predecessore introducendo al contempo nuovi elementi per mantenere il franchise fresco.
Conclusioni
Insidious è un po’ il papà acerbo di The conjuring, perché, come abbiamo visto, ne anticipa alcuni elementi ma li impiega in maniera non molto efficace. Possiamo dire che in Insidiuos ci sono alcune intuizioni che vengono poi pienamente sviluppate in The Conjuring.
I punti di forza di questi film risiedono nella capacità di Wan di creare scene individuali efficaci, nel suo abile uso dei jump scare e nel suo talento nel creare e utilizzare figure horror memorabili e iconiche (Annabelle, la Suora, l’Uomo Storto), anche se non al livello dello Xenomorfo di Alien. Il regista ha una buona comprensione di ciò che turba il pubblico, giocando spesso con la paura dell’invisibile o dell’appena intravisto, di ciò che può nascondersi in un angolo o in un corridoio buio. Essenzialmente i film di James Wan funzionano bene e fanno il loro lavoro ma forse non brillano per ispirazione artistica come il già citato Alien. Ed è proprio per questo che Insidious e The Conjuring sono stati utilizzati in uno studio scientifico sulla paura, proprio perché fanno bene il loro lavoro; del resto in uno studio del genere, come vedremo poi più avanti nel corso di questa stagione de La biblioteca del gatto rosso, conta più l’efficacia del film, ovvero della simulazione in cui è immerso il soggetto, che il lato artistico.
Un altro talento di Wan è la sua capacità di attingere a fascinazioni popolari che riguardano il mistero, come la mania per il ghost hunting e l’interesse del pubblico per i casi paranormali “veri”. Incorporando questi elementi nei suoi film, Wan crea un senso di plausibilità (riferita al mondo narrativo) che potenzia l’orrore. James Wan è stato bravissimo a cogliere e a sfruttare l’enorme potenziale narrativo insito nelle bufale sul mistero come i casi dei coniugi Warren (è anche per questo che tante persone credono a simili racconti). Intendo dire sia che le storie sul mistero usano tante strategie narrative efficaci, sia che esse stesse sono un ottimo materiale narrativo per storie derivate. Penso che valga la pena in futuro di fare un episodio al riguardo, soprattutto in merito al primo aspetto.



I film di Wan non sono tuttavia privi di debolezze. Come abbiamo visto le regole che governano il soprannaturale possono a volte sembrare incoerenti o mal definite (è il caso di Insidious). Inoltre i suoi climax a volte virano troppo verso il territorio dell’azione, potenzialmente minando e rovinando la tensione accuratamente costruita e, soprattutto, il tono del film (The Conjuring 2).
Nonostante ciò James Wan ha indubbiamente avuto un impatto significativo sul cinema horror moderno. I suoi film hanno avuto un notevole successo commerciale, generando numerosi seguiti e spin-off, anche troppi sinceramente. James Wan viene a volte definito un genio dell’horror; non credo che sia vero, penso che sia un bravo regista che sa fare il suo mestiere ma anche un gran paraculo che sa sfruttare abilmente alcuni generi, filoni e tendenze narrative nella cultura popolare e ne sfrutta ancor di più il successo commerciale.
Bibliografia
- Enfield Poltergeist, di Joe Nickell, Skeptical Inquirer, Vol 36 Issue 4
- Demons in Connecticut, di Joe Nickell, Skeptical Inquirer, Vol 33 No 3
- Truth or Scare? Ghost hunters’ stories fail to rattle skeptics, di Patrick, Mike, Connecticut Post. Vol. 6
3 pensieri riguardo “Insidious, The Conjuring e il fascino del mistero e delle indagini sul paranormale”