L’avventura, quella tamarra

Gallerie buie, cunicoli tortuosi, un mondo sotterraneo inesplorato popolato da giganteschi monotremi carnivori e altre bizzarrie zoologiche, combattimenti, sparatorie, esplosioni e azione mozzafiato, questi sono gli ingredienti alla base del romanzo di cui parliamo nell’episodio di oggi. Si tratta de La città di ghiaccio, di James Rollins, un romanzo d’avventura spaccone, adrenalinico e tamarro, perfetto per un blockbuster hollywoodiano. In effetti sembra proprio un film action d’avventura, leggendolo uno si fa già il film in testa.

James Rollins lo abbiamo già incontrato in un vecchio episodio a proposito di un altro suo romanzo d’avventura, Amazzonia, che ha alcuni punti in comune con questo, tra cui il tema del mondo perduto.

James Rollins, il cui vero nome è James Paul Czajkowski, è un famoso autore americano di thriller e romanzi d’avventura. Nato nel 1961 in Illinois, Rollins ha iniziato la sua carriera come veterinario prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno.

Il suo debutto letterario come scrittore d’avventura risale al 1999 proprio con il romanzo di cui parliamo oggi, Subterranean in inglese, ma è con la serie “Sigma Force” che ha ottenuto il successo internazionale. La città di ghiaccio è un romanzo stand alone che non fa parte della serie sulla Sigma Force. Questa Sigma Force è una divisione segreta, immaginaria, del Dipartimento della Difesa americana inclusa nella DARPA, che è un’agenzia governativa realmente esistente. La Sigma Force è composta da agenti operativi con formazione militare e da personale scientifico ed ha il compito di proteggere gli Stati Uniti e il mondo da qualsiasi minaccia tecnologica, antica o moderna che sia; tra le sue attività ci sono: operazioni di contro terrorismo, missioni di ricerca, spesso sotto copertura, e l’indagine su eventi e scoperte archeologiche potenzialmente pericolose. I libri di Rollins sono caratterizzati da trame avvincenti e un ritmo narrativo serrato che tiene i lettori incollati alle pagine. I suoi romanzi sono più o meno tutti bestseller che hanno fatto il giro del mondo e sono stati tradotti in varie lingue.

Rollins non scrive solo romanzi d’avventura, scrive anche fantasy, e anzi ha esordito proprio con questo genere, con il romanzo del 1998 Wit’ch Fire, che fa parte della serie The Banned and the Banished. Quando pubblica romanzi fantasy Rollins usa lo pseudonimo James Clemens; questo cambio di pseudonimo passando da un genere all’altro ha perfettamente senso e ne ho parlato a proposito dei racconti di fantascienza di Primo Levi. Va detto comunque che i romanzi fantasy di questo autore sono sempre molto avventurosi e pieni di azione e scene adrenaliniche: ciò che li contraddistingue è l’ambientazione, un mondo secondario fantastico che non è il nostro.

Passiamo a questo punto al romanzo di cui ci occupiamo oggi, La città di ghiaccio.

Negli USA c’è un’agenzia governativa, la National Science Foundation (NSF), che si occupa di finanziare e promuovere la ricerca scientifica di base in una vasta gamma di discipline, tra cui la biologia, la chimica, la fisica, le scienze sociali e l’ingegneria. Fondata nel 1950, la NSF ha come obiettivo primario quello di sostenere progetti scientifici che abbiano un alto valore innovativo e che contribuiscano all’avanzamento della conoscenza e dello sviluppo tecnologico. Non conduce direttamente la ricerca, ma fornisce sovvenzioni, borse di studio e finanziamenti a ricercatori, università e istituzioni di ricerca negli Stati Uniti e a volte anche a livello internazionale.
Nei primi capitoli del romanzo vediamo un tizio della NSF, Blakely, che, in compagnia di alcuni militari, va in giro a reclutare personale specializzato per una ricerca scientifica che riguarda l’esplorazione di grotte sotterranee e altri fenomeni geologici sotto il Monte Erebus in Antartide.

Il progetto è nato dall’interesse di Blakely e della National Science Foundation per i fenomeni geotermici e tettonici che avvengono sotto il vulcano, uno dei più attivi dell’Antartide. L’obiettivo principale è quello di esplorare una vasta rete di grotte sotterranee, scoperte grazie a scansioni radar effettuate dalla NASA, e di comprendere la loro composizione geologica, nonché l’eventuale presenza di forme di vita uniche. I militari e la NSF, nel corso di mesi, hanno costruito una base sotterranea, denominata “Caverna Alfa”, situata a oltre tre chilometri di profondità sotto il Monte Erebus e utilizzata come punto di partenza per l’esplorazione della vasta rete di tunnel che si diparte da lì e che costituisce il vasto ambiente oggetto delle ricerche di Blakely & Co.

Uno degli scopi della spedizione è anche quello di studiare i manufatti e le antiche strutture che sono state rinvenute in queste grotte, elementi che suggeriscono l’esistenza di una civiltà sconosciuta che è scomparsa o estinta. La presenza di questi artefatti antichi, datati qualche milione di anni fa, pone domande fondamentali sull’evoluzione umana e sulla storia della vita sul pianeta. Il più notevole di questi artefatti, rinvenuto in un sito vicino alla Caverna Alfa, è una statuetta che rappresenta una figura umana, più precisamente una femmina, caratterizzata da mammelle pendule e un ventre gravido, elementi che suggeriscono si tratti di una sorta di icona della fertilità. Ciò che rende questa statuetta davvero unica è il fatto che sia stata scolpita da un singolo diamante perfetto, particolare che sottolinea l’abilità artistica e tecnologica della civiltà sconosciuta che l’ha creata. La scoperta di un manufatto di questo tipo in un luogo così remoto e antico contribuisce al mistero che circonda la missione e alla rilevanza scientifica della spedizione.

Non stupisce quindi che Blakely recluti, nei primi capitoli del romanzo, le seguenti figure professionali:

  • Ashley Carter: paleoantropologa e archeologa di spicco, bella, tenace, competente e intelligente. Ashley è una figura forte e determinata, capace di affrontare le sfide sia personali che professionali con coraggio e dedizione. Ha una spiccata indipendenza e una profonda passione per il suo lavoro, che la porta a imbarcarsi in missioni rischiose come quella in Antartide. Ashley è divorziata e ha un figlio di undici anni, Jason, che ovviamente è una parte fondamentale della sua vita. Il suo rapporto con Jason è complesso, ma lei si sforza di conciliare il suo ruolo di madre con quello di scienziata avventuriera. Inutile dire che Jason seguirà la madre in Antartide e la sua presenza lì fornirà non pochi spunti narrativi e non poche complicazioni per i protagonisti.
  • Benjamin “Ben” Brust: speleologo australiano molto esperto, è un personaggio avventuroso e carismatico, specializzato in esplorazioni sotterranee. Ha una personalità brillante e si distingue per il suo senso dell’umorismo e la battuta sempre pronta. È un ex militare che si è congedato in seguito ad un evento che gli ha fatto perdere la fiducia nell’onore e nell’integrità del sistema militare. Ben è poi diventato una guida turistica per spedizioni sotterranee in luoghi estremi e inaccessibili, trasformando la sua esperienza militare in una nuova vita da esploratore. Nonostante il suo lato spensierato, è molto capace e determinato nel suo lavoro. Anche se inizialmente sembra essere il classico avventuriero che affronta il pericolo senza troppi pensieri, dimostra presto di essere capace di affrontare situazioni difficili con grande competenza e di prendere decisioni coraggiose.
    Durante la sua infanzia Ben scopre di avere radici aborigene, un fatto che inizialmente lo sconvolge, perché lui e i suoi amici prendevano in giro i bambini aborigeni a scuola. L’idea di avere sangue aborigeno nelle vene lo destabilizza, tanto che ha difficoltà ad accettarlo.
    Col tempo, però, Ben si riconcilia con questa parte della sua eredità. Invece di respingerla, come aveva fatto da ragazzo, inizia a rispettare la cultura e la tradizione aborigena, fino a considerarla una parte importante della sua identità. Questo aspetto del suo passato gli conferisce un minimo di profondità emotiva e lo rende un personaggio un po’ più sfaccettato, che deve fare i conti non solo con i pericoli esterni della spedizione, ma anche con i propri conflitti interni legati alla sua identità.
  • Linda Furstenburg: biologa evolutiva dell’università di Vancouver, specializzata nello studio degli ecosistemi sotterranei. È descritta come una donna intelligente e competente, purtroppo è anche claustrofobica, il che causerà non pochi incovenienti a lei e al gruppo con cui, di volta in volta, si trova ad esplorare i cunicoli sotto il monte Erebus, spesso stretti e opprimenti. A complicare le cose, Linda inizialmente non confessa a nessuno la sua fobia. In un romanzo così standard, in cui il grosso dell’azione si svolge sotto terra, un personaggio claustrofobico è tanto prevedibile quanto immancabile.
  • Khalid Najmon: geologo egiziano che, nella spedizione, lavora per mappare le ricchezze minerarie presenti sotto i ghiacci antartici. È affascinato dalle implicazioni scientifiche della spedizione, ma è soprattutto attento alle potenziali scoperte di risorse naturali che potrebbero cambiare il destino del continente e, forse, del mondo. Anzi, scopriamo che lui è lì proprio per quello. Senza troppe sorprese – la cosa è abbastanza prevedibile e telefonata – Khalid si rivela poi essere l’antagonista della storia: con uno stratagemma è riuscito a farsi reclutare da Blakely ma in realtà lavora per qualcun altro che ha scopi molto meno scientifici e ben più economici.

Ci sono poi tutti i militari, dal momento che il campo base alla Caverna Alfa è un campo militare.

Ashley e Ben sono un po’ la classica coppia da romanzo o film d’avventura e ovviamente alla fine scopano, che ve lo dico a fare?

Il romanzo si apre con una scena ambientata in Antartide, nei cunicoli sotto il Monte Erebus. Due militari, Peter Wombley e il tenente Brian Flattery, stanno lavorando sottoterra, a chilometri di profondità sotto la superficie del ghiacciaio. L’atmosfera è tesa e misteriosa: i due uomini stanno ispezionando i cunicoli sotterranei per controllare e calibrare i ripetitori radio che permettono alla Base Alfa di rimanere in contatto con le squadre che esplorano l’enorme ambiente sotterraneo. Nonostante l’ambientazione glaciale e desolata in superficie, la grotta sotterranea è stranamente calda. La scena prende una piega sinistra quando Peter, rimasto temporaneamente solo, comincia a percepire strani rumori nella grotta: c’è qualcuno o qualcosa lì sotto e non sembra affatto amichevole, a giudicare dalla repentina scomparsa di Peter e dalla presenza di una pozza di sangue lì dove era di guardia. L’apertura del romanzo crea immediatamente un’atmosfera di tensione e mistero, introducendo il lettore nel contesto estremo e inospitale dell’Antartide, con la promessa di scoperte inquietanti e pericolose nelle profondità sotterranee. Promessa che viene poi mantenuta.

Si passa poi alla presentazione dei due protagonisti principali, Ben e Ashley, e al loro reclutamento insieme a quello di Linda e Khalid. Il gruppo si sposta poi in Antartide e qui i personaggi e il lettore vengono introdotti a quell’ambiente nuovo e misterioso che è la Caverna Alfa e lo sterminato complesso di grotte e cunicoli di origine vulcanica che da essa si diramano.
Per aggiungere mistero al mistero, il gruppo di Ben e Ashley non è il primo a esplorare quei luoghi: il gruppo precedente è scomparso o ha subito un destino tragico, al momento risulta genericamente disperso. Blakely, il capo ricercatore, allude a una precedente squadra che non è tornata dalla missione, tuttavia le informazioni sul gruppo precedente sono mantenute segrete per evitare di allarmare il nuovo team, ma è chiaro che ci sono stati problemi gravi durante la missione iniziale. La nuova spedizione viene dunque assemblata con l’intento di esplorare più a fondo i cunicoli e di scoprire cosa sia realmente successo al gruppo precedente, oltre a portare avanti gli studi scientifici previsti, che sono di tipo geologico, biologico e archeologico.

Quale sorte è toccata al primo gruppo di esploratori? Sono ancora vivi? Quali minacce si annidano tra gli angusti cunicoli scavati dalla lava? Chi è la misteriosa civiltà in grado di lavorare così abilmente il diamante? Questi sono gli interrogativi che vengono posti nei primi capitoli e a cui poi la storia risponderà.

Le condizioni ambientali nelle grotte sono uniche e includono fenomeni geotermici che permettono la sopravvivenza di ecosistemi finora sconosciuti e rimasti completamente isolati dal resto del mondo. Gli esploratori si trovano quindi di fronte a creature ostili e altamente aggressive, che, a più riprese, mettono a repentaglio la vita della squadra. Facciamo un po’ la conoscenza di queste creature, perché qui arriva il bello e la parte divertente:

  • I crak’an: queste creature sono descritte come grandi rettili predatori, altamente evoluti per sopravvivere nelle condizioni estreme delle grotte sotterranee. Sono aggressivi e rappresentano una minaccia letale per gli esploratori. Sono dotati di capacità sensoriali adattate al buio e si muovono rapidamente tra i cunicoli e i passaggi stretti delle grotte. Aggressivi e territoriali, attaccano la squadra in diverse occasioni, mettendo a repentaglio la loro vita. Le creature sembrano avere una struttura sociale organizzata e si muovono in branco, il che aumenta il livello di pericolo. Ce ne sono tantissimi, escono letteralmente dalle fottute pareti (Aliens ha fatto scuola), e non si sa bene di cosa si nutrano, perché in giro non si trova un numero altrettanto grande di possibili prede che possa giustificare tutti questi carnivori. I crak’an sono una minaccia ricorrente per la squadra di Ben e Ashley e per i militari della Caverna Alfa, insieme a Khalid, il traditore, che però si rivela apertamente solo a storia inoltrata. Sotto questi aspetti La città di ghiaccio ha ripreso un po’ da Aliens.
  • Le ammoniti giganti: c’è un solo incontro con queste creature che popolano un lago sotterraneo; una morde Khalid e quasi gli spezza un braccio con la stretta dei tentacoli quando lui la raccoglie.
  • Predatori acquatici: la squadra di Ashley incontra una di queste creature nel tentativo di attraversare un fiume sotterraneo; fa pensare ad una sorta di squalo albino, ma una grande pinna dorsale bianca è tutto ciò che il gruppo vede della creatura.
  • Le creature volanti: Ben e Ashley ne incontrano uno stormo verso la fine del romanzo. Non si sa di preciso cosa siano ma credo sia inutile dirvi che si tratta di feroci e pericolosi predatori, a Rollins sembra che non piacciano né i cuccioli né le cose tenere e puccettose. Questa è la descrizione che l’autore fa delle creature: “Le ali coriacee avevano un’apertura di diversi metri, i rostri adunchi erano neri e gli artigli ebano più lunghi di un avambraccio. E gli occhi! Orbite nere spente, immobili, come quelle di un grande squalo bianco.” A occhio sembrerebbero una sorta di pterodattili, o di loro discendenti.

Tutti questi predatori rendono l’esplorazione pericolosa per i nostri eroi e la narrazione avvincente per il lettore. Sul perché i predatori funzionano nelle storie e perché ci affascinano e ci spaventano ne ho parlato in un episodio della scorsa stagione che riguardava in particolare i dinosauri, ma molti dei discorsi che ho fatto in quella sede valgono anche per questo romanzo e la sua ambientazione. Per i dettagli rimando all’episodio in questione, qui mi limito a ricordare che nonostante viviamo in una civiltà tecnologica e avanzata ancora ci rimane l’atavica paura di essere sbranati da un predatore, paura che risale all’epoca in cui eravamo cacciatori e raccoglitori.

All’inizio dell’episodio ho menzionato i monotremi e un motivo c’è: buona parte degli esseri viventi in cui Ben & Co si imbattono sono monotremi, inclusi i letali crak’an, che non sono quindi dinosauri come il lettore potrebbe pensare alla prima descrizione. La teoria che i personaggi formulano è che quando l’Australia e l’Antartide si sono separati, alcune specie di monotremi siano riuscite a proliferare e a evolvere nell’ambiente sotterraneo che i nostri stanno esplorando, un ecosistema che è rimasto isolato per milioni di anni; in tale ambiente i mammiferi non si sono sviluppati o si sono estinti, mentre sono stati i monotremi a prevalere.
Se conoscete il tema del mondo perduto non vi stupirà scoprire che una specie particolarmente evoluta di monotremi che i nostri incontrano è costituita da ominidi, i quali hanno sviluppato una loro cultura e una loro civiltà, seppur primitiva.

James Rollins utilizza uno stile narrativo efficace e coinvolgente in questo e, in generale, in tutti i suoi romanzi, uno stile che mescola sapientemente elementi di thriller, avventura, e a volte fantasy o fantascienza. La sua scrittura è caratterizzata da un ritmo serrato, descrizioni vivide e dialoghi dinamici, elementi che contribuiscono a mantenere alta l’attenzione del lettore. Vediamo meglio alcuni aspetti distintivi del suo stile, in maniera da capire perché i romanzi di Rollins funzionano e hanno successo:

  • Ritmo rapido e serrato: Rollins è noto per il ritmo incalzante dei suoi romanzi, e La città di ghiaccio non fa eccezione. La storia è piena di colpi di scena, azione e suspense, con capitoli ben strutturati in maniera da lasciare il lettore con il fiato in sospeso, specialmente verso il finale. Questo approccio permette al lettore di restare costantemente coinvolto, senza momenti di pausa troppo lunghi o descrizioni prolisse. La tensione è abilmente dosata in maniera da alternare alti e bassi, momenti più tesi a momenti più rilassati; avvicinandosi al finale la tensione viene mantenuta alta attraverso una sequenza continua di pericoli, imprevisti e misteri.
  • Uso dettagliato della scienza e della storia: uno degli aspetti che distingue Rollins è la sua capacità di integrare scienza, tecnologia e storia all’interno della trama. Nel romanzo Rollins affronta temi scientifici complessi, come la biologia evolutiva, la geologia, e l’archeologia, rendendoli accessibili ai lettori senza perdere di vista l’elemento narrativo, anzi, utilizza tali temi per costruire un’ambientazione efficace, coinvolgente e immersiva, quindi per esaltare la parte narrativa. Non so quante libertà si sia preso Rollins, non ho fatto fact checking e non mi interessa, non leggo libri del genere per imparare la biologia o la geologia e soprattutto non è questo lo scopo di Rollins, che non fa divulgazione ma vuole piuttosto creare storie avvincenti. Se tra di voi c’è qualche biologo che ha letto il romanzo potrà dirci quanto Rollins è fedele alla biologia e quanto invece inventa. Personalmente credo che, da bravo narratore, mescoli verità e finzione in modo da ottenere ciò che serve ai suoi scopi, ovvero una storia efficace e un’ambientazione tangibile e credibile in grado di far immergere il lettore al suo interno, un po’ come fa Carrisi.
  • Scene vivide e cinematografiche: le descrizioni che Rollins utilizza sono visivamente potenti ed efficaci, ideali per creare un senso di immersione totale nelle ambientazioni estreme e nelle situazioni pericolose in cui i personaggi si trovano. Le grotte sotterranee, il ghiaccio dell’Antartide, le creature mostruose e i paesaggi quasi alieni sono descritti con grande precisione, dando al lettore la sensazione di trovarsi davvero in quegli ambienti ostili. Lo stile cinematografico di Rollins rende le scene d’azione particolarmente emozionanti, all’altezza di un blockbuster hollywoodiano. Anche la suddivisione in scene del testo ricorda tanto il montaggio di un film action d’avventura.
  • Personaggi ben delineati attraverso dialoghi e azioni: Rollins utilizza i dialoghi e le azioni per far emergere le personalità dei suoi personaggi; in altre parole ricorre abbondantemente al mostrato. Non si dilunga molto su descrizioni psicologiche approfondite, ma lascia che siano i comportamenti dei protagonisti a rivelare le loro motivazioni e il loro carattere. I dialoghi sono spesso veloci e funzionali, ma ricchi di tensione e conflitti, che contribuiscono a far progredire la trama. I personaggi non sono particolarmente approfonditi, a parte Ben, non c’è grande introspezione psicologica, ma non è quello lo scopo del romanzo. I personaggi sono delineati in maniera chiara e semplice e sono funzionali all’ambientazione e alla storia, basta guardare chi ha reclutato Blakely.
  • Suspense e mistero: l’elemento del mistero è centrale nel romanzo. Rollins lascia al lettore continui interrogativi a cui rispondere, sia legati alle scomparse della spedizione precedente, sia all’ecosistema sotterraneo e alla civiltà dei mimi’swee, gli ominidi di cui vi ho parlato prima. La sua capacità di dosare la suspense attraverso una rivelazione graduale dei segreti rende la lettura particolarmente intrigante. Ogni capitolo si conclude spesso con un cliffhanger, una tecnica che mantiene alta la curiosità del lettore.
  • Elementi horror e fantascientifici: Rollins introduce elementi di horror e fantascienza, soprattutto attraverso le creature che la squadra incontra nelle grotte. Queste creature, alcune ispirate a specie esistenti, altre completamente inventate, contribuiscono a creare un senso di pericolo costante e una tensione simile a quella tipica di alcuni romanzi horror, quelli con i mostri. L’autore mescola abilmente la fantascienza con la realtà, creando un’ambientazione che sembra al confine tra il possibile e l’irreale.
  • Struttura multiprospettica: Rollins alterna punti di vista differenti nel corso del romanzo, permettendo al lettore di vedere la storia attraverso gli occhi di vari personaggi e spesso i capitoli alternano il punto di vista dei vari personaggi. Sul finale, quando il ritmo si fa più serrato, i punti di vista si alternano più volte durante ciascun capitolo. Questo approccio dà profondità alla narrazione e permette di esplorare diverse sfaccettature della trama e di vedere una stessa situazione o una stessa scena da più punti di vista. I vari punti di vista contribuiscono a creare una narrazione più ampia e completa, e a sviluppare i conflitti tra i personaggi, siano essi interni o esterni.
  • Esagerazione e tamarraggine: Rollins tende ad esagerare, è tamarro e sborone e alcune scene sono vere e proprie americanate, quindi abbiamo tantissima azione ed esplosioni. Non dico quanto Michael Bay però siamo lì lì. Soprattutto sono esagerate le creature: nel numero, nelle dimensioni e nel loro arsenale fisico. In Amazzonia questa cosa è ancora più evidente, perché lì la squadra di esplorazione, che era nella foresta anziché sottoterra, si imbatteva in tantissime creature gigantesche, sotto steroidi in maniera allucinante, tipo coccodrilli di 30 metri, cavallette giganti e chi più ne ha più ne metta. Anche qui le creature in cui si imbattono Ashley, Ben e i militari sono belle pompate e molto minacciose, degne di un blockbuster hollywoodiano, anche se un minimo Rollins cerca di dare un background realistico alla sua ambientazione e alle sue creature.

Se vi piacciono i film d’avventura e d’azione, questo romanzo fa per voi e vi regalerà non poche scene adrenaliniche. È un romanzo che fa il suo lavoro, funziona, ma oltre quello non va. Intendiamoci, Rollins conosce bene il mestiere, che è più quello dell’artigiano che dell’artista. La città di ghiaccio non è un romanzo che pone grandi interrogativi al lettore (neanche piccoli, se è per questo) o che richiami all’introspezione, è un’opera d’intrattenimento, ma almeno in questo riesce bene, anche meglio di tanti blockbuster hollywoodiani che, di questi tempi, se lo sognano di raccontare una storia come quelle di Rollins o di Cussler.

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