Perché tante storie hanno come struttura narrativa portante il viaggio dell’eroe? E perché il viaggio dell’eroe è fatto proprio in un certo modo e non in un altro? Queste sono le domande a cui cercheremo di rispondere in questo episodio ricorrendo agli strumenti che ci forniscono le moderne neuroscienze.
È dalla scorsa stagione della Biblioteca del Gatto Rosso che parliamo di strutture narrative, partendo dalle basi, quindi abbiamo iniziato col chiederci perché gli esseri umani raccontano storie, perché ne fruiscono e, vista l’evidente ricorrenza di alcune strutture basilari che costituiscono l’ossatura di tante storie, perché tali strutture si sono affermate. Lo abbiamo fatto, ad esempio, nell’episodio intitolato “Perché raccontiamo storie?”. L’approccio che utilizzo in questi episodi non è ideologico bensì quanto più possibile scientifico e mi appoggio quindi a saggi e paper di neuroscienze per portare avanti le mie argomentazioni, sempre consapevole dei limiti di tale disciplina. Il metodo scientifico è comunque preferibile a qualsiasi approccio ideologico; quest’ultimo porta inevitabilmente a bufale e menzogne come vedremo meglio in un futuro episodio.
In questo episodio ci concentriamo su una particolare struttura narrativa, molto antica e molto nota, il viaggio dell’eroe. Abbiamo esaminato in maniera puntuale i vari elementi e le tappe del viaggio dell’eroe in un episodio uscito a dicembre, per cui qui mi limito a ricordare in breve solo i punti fondamentali del discorso e rimando a quell’episodio e al ben noto saggio di Christopher Vogler per i dettagli e l’approfondimento. Accenno comunque ai concetti base in maniera che il resto dell’episodio non risulti oscuro per chi è a digiuno dell’argomento.
Il viaggio dell’eroe
Anzitutto, cos’è il viaggio dell’eroe? È una struttura, uno schema narrativo che, da secoli e secoli, fa da scheletro a tante storie. Uno dei primi ad accorgersene e a esaminarlo è stato Joseph Campbell nel suo celebre saggio L’eroe dai mille volti, che viene ampiamente ripreso poi da Christopher Vogler. Joseph Campbell ha osservato, fornendo numerosi esempi, che il viaggio dell’eroe ricorre in tante culture diverse e in tante storie legati ai più importanti miti di vari popoli. In tempi più recenti Hollywood ha mostrato come il viaggio dell’eroe si possa impiegare come un vero e proprio strumento per forgiare storie di enorme successo, basti pensare a Star Wars (la vecchia trilogia) e ad Avatar, giusto per citarne due. Uno strumento, un attrezzo se vogliamo chiamarlo così, flessibile e versatile che ha ampiamente superato la prova del tempo, dal momento che è più antico delle piramidi e di Stonehenge. Ma se è abbastanza chiaro perché i nostri antenati abbiano creato e impiegato, ad esempio, gli utensili e le armi ricavati dalla selce, forse è meno ovvia la nascita e l’impiego del viaggio dell’eroe. Perché? A che scopo?
Prima di passare in rassegna le tappe fondamentali che compongono il viaggio dell’eroe debbo fare una precisazione. Il termine eroe, in questo contesto, è sinonimo di protagonista, cosa che in generale non è vero e lo abbiamo ben visto nell’episodio intitolato “La figura dell’eroe in letteratura e nel cinema”. Perché allora si usa il termine eroe anziché protagonista? È un’usanza che fondamentalmente deriva dal saggio di Vogler, mutuata a sua volta dal saggio di Campbell, il quale ha esaminato ne L’eroe dai mille volti varie storie legate ai miti aventi come protagonisti per l’appunto eroi, nel senso classico del termine, nel senso dell’epica.


Il viaggio dell’eroe può essere riassunto in 12 punti o tappe:
- l’eroe viene presentato all’interno del suo mondo ordinario, dove
- riceve la chiamata all’avventura (ad esempio da un messaggero o dal mentore).
- Inizialmente è riluttante e rifiuta la chiamata, ma
- un mentore lo incoraggia a
- superare la prima soglia e a entrare nel mondo straordinario (questa tappa di solito segna il passaggio dal primo al secondo atto).
- Nel mondo straordinario l’eroe si imbatte in prove, alleati e nemici.
- Si avvicina alla caverna più profonda superando una seconda soglia
- e sostiene la prova centrale nella caverna più profonda
- Si appropria della ricompensa che gli spetta e, passando al terzo atto,
- viene inseguito lungo la via del ritorno nel mondo ordinario.
- L’eroe supera la terza soglia e vive l’esperienza della resurrezione, che lo trasforma.
- Ritorna con l’elisir, una dote o un qualche tesoro di cui beneficerà il mondo ordinario e che testimonia l’impresa compiuta.
Come accennavo prima il viaggio dell’eroe è uno schema flessibile e versatile, quindi l’ordine delle tappe può cambiare, alcune possono mancare e altre possono essere ripetute. Ad esempio la terza tappa, il rifiuto della chiamata all’avventura, può mancare se il protagonista è un personaggio risoluto e determinato.
Cambiamento e viaggio dell’eroe
Per rispondere alle domande che ci siamo fatti all’inizio dell’episodio bisogna ripescare alcuni concetti che abbiamo discusso in un episodio dedicato a Dune, quando abbiamo parlato del pericolo delle credenze e di quanto alcune siano dure a morire. Oggi andremo anche un po’ più alle origini di quel discorso.
Come vedremo tra poco, alla base del viaggio dell’eroe c’è il concetto di cambiamento: ognuno di noi ha in testa un modello di realtà e di mondo e anche solo metterlo in discussione è molto difficile, per non parlare di cambiarlo. L’eroe è proprio uno di quei pochi che trova il coraggio e la forza di compiere un simile arduo percorso di cambiamento.
Perché è tanto difficile cambiare il proprio modello mentale?
Durante l’infanzia assorbiamo input come spugne e, nel corso degli anni, iniziamo a intessere collegamenti tra questi input, tra queste informazioni, tra queste micro storie e micro modelli, arrivando man mano ad un quadro coerente, ad un modello più grande che dà vita a trame impregnate di una certa personalità, collegate da un determinato filo rosso. Infine, nel corso dell’adolescenza, come osserva lo psicologo Dan McAdams, tenteremo di guardare alla nostra esistenza come a una grandiosa narrazione, in cui ricostruiremo il passato e immagineremo il futuro al fine di garantirci una parvenza di scopo, coerenza e significato.
Dopo aver affrontato questa fase adolescenziale di creazione narrativa, il cervello avrà sostanzialmente elaborato ciò che siamo, che cosa ci sta davvero a cuore e come dovremmo agire per ottenere ciò che vogliamo. Dalla nostra venuta al mondo la mente ha potuto contare su una condizione di estrema plasticità, che le ha permesso di plasmare i propri modelli. Adesso, però, risulterà meno malleabile, opporrà più resistenza. Gran parte delle caratteristiche e degli errori che ci rendono ciò che siamo risulta ormai assimilata. I nostri difetti e le nostre peculiarità sono ormai parte integrante di noi. Di fatto la nostra mente si è formata e con essa il nostro modello della realtà che ci circonda. Modello, perché la realtà ci rimane preclusa, la esperiamo sempre in maniera indiretta attraverso le ricostruzioni che il nostro cervello fa degli input sensoriali che riceviamo dal mondo esterno.
Da questo momento in poi il cervello entra in una modalità che vale la pena comprendere, soprattutto se si è interessati al funzionamento delle storie e al conflitto e al dramma umani che sono alla base di tante di queste storie. Dal ruolo di costruttori passeremo a quello di difensori di modelli. Ora che il sé imperfetto con il suo modello imperfetto del mondo è stato costruito, il cervello si trasformerà nel suo paladino. Quando ci imbattiamo in dati che rischiano di metterne in forse la validità, poiché altri percepiscono il mondo in un modo diverso dal nostro, potremmo sentirci profondamente turbati. Eppure, invece di modificare i nostri modelli tenendo conto anche del punto di vista altrui, il cervello farà di tutto per smentire ogni altra tesi.
Nel momento in cui le strutture interne del cervello si assestano, notiamo un capovolgimento nel rapporto tra interno ed esterno. Non saranno più le strutture interne a venire plasmate dall’ambiente: da questo momento in poi l’individuo agirà al fine di preservare le proprie strutture endogene, a dispetto di ogni dato ambientale potenzialmente in grado di smentirle, e vivrà come difficoltosa e dolorosa qualsivoglia modifica strutturale. Reagiamo a queste minacce con il pensiero distorto, con la polemica e l’aggressività. Ignoreremo, tralasceremo e tenteremo attivamente di screditare le informazioni che non si conformano a tali strutture.
Il cervello difende il nostro modello imperfetto del mondo trincerandosi dietro le più scaltre faziosità. Quando ci imbattiamo in un nuovo dato o in una nuova opinione, li passeremo subito al vaglio: se risultano conformi al nostro modello di realtà, risponderemo inconsciamente con un sì e li accetteremo. In caso contrario, la nostra risposta inconscia sarà no, li rifiuteremo. Tali risposte emotive precedono ogni ragionamento conscio. Ecco perché esercitano una così profonda influenza su di noi. Quando dobbiamo decidere se credere o meno a qualcosa, difficilmente ci dedichiamo a un’imparziale ricerca di prove. Anzi, andremo a caccia di qualunque dato possa confermare ciò che i nostri modelli hanno stabilito per noi. Non appena troviamo una prova a sostegno della nostra posizione, ovvero ne avremo recuperate a sufficienza perché la nostra posizione abbia senso – smettiamo di pensare.
Non solo i nostri sistemi di ricompensa neurale conoscono un piacevole picco quando ci inganniamo in questo modo, ma arriviamo perfino a raccontarci che la nostra indagine smaccatamente di parte era mossa da nobili intenti, oltre che accurata. È un processo davvero subdolo. E non si tratta di ignorare o tralasciare le prove che smentiscono i nostri modelli (ma facciamo anche quello). Troviamo i sistemi più discutibili per rifiutare l’autorità degli esperti che adducono prove contrarie alla nostra tesi: daremo arbitrariamente peso ad alcune parti della loro testimonianza e non ad altre, ci attaccheremo agli errori più irrilevanti per smontare l’intera loro tesi. L’intelligenza non aiuta a dissolvere questi miraggi cognitivi di correttezza: le persone intelligenti saranno semplicemente più brave a trovare il modo di “dimostrare” che hanno ragione, ma non lo saranno altrettanto nel riconoscere la fallacia delle proprie posizioni.
Dato che i modelli costituiscono la nostra effettiva esperienza della realtà, non sorprende più di tanto che qualunque prova suggerisca che ci sbagliamo finisca per irritarci profondamente. Perché proviamo avversione per chi non la pensa come noi? Da che cosa nasce quell’istintiva repulsione nei loro confronti?
In un’ottica razionale, la reazione più sensata di fronte a qualcuno che ha idee molto distanti dalle nostre sarebbe tentare di capirle, o tutt’al più fregarsene. E invece questa cosa ci turba oltre ogni dire. Sentire minacciati i nostri modelli neurali può generare in noi ondate di emozioni negative travolgenti. Sembra incredibile, eppure il cervello reagisce a una minaccia ai nostri modelli neurali praticamente nello stesso modo con cui difende il corpo da una minaccia fisica, ovvero impostandoci sull’adrenalinica e stressante modalità attacco-o-fuga. Chiunque esprima opinioni diverse dalle nostre si trasforma in un avversario pericoloso, una forza che sta materialmente tentando di nuocerci. Tramite scansioni cerebrali, la neuroscienziata Sarah Gimbel ha osservato che cosa accade ai soggetti esaminati quando vengono posti di fronte alla prova provata che le loro più radicate convinzioni politiche sono erronee. Si osserva una risposta cerebrale molto simile a quella che, per esempio, potremmo avere se, passeggiando nel bosco, ci imbattessimo in un orso.
E così partiamo al contrattacco. Magari tentando di convincere il nostro avversario che lui ha torto e noi ragione. Quando non ci riusciamo, ovvero quasi sempre, inizieremo ad arrovellarci e a non trovare pace. Rimugineremo quel conflitto senza sosta, perché, in preda al panico, la nostra mente saprà solo snocciolare i motivi per cui i nostri avversari sono ottusi, in malafede o moralmente corrotti. Non è un caso che, anche da un punto di vista lessicale, questo scateni un’oscena fantasmagoria di appellativi per chi ha modelli mentali che contrastano con i nostri: idiota, cretino, imbecille, fesso, cialtrone, pagliaccio, e altri di solito molto più coloriti. Dopo essere entrati in contatto con una persona di questo tipo spesso cercheremo degli alleati per sfogare, a parole, la nostra irritazione. Potremmo discutere per ore dei nostri nemici neurali, elencando tutti i motivi per cui sono orribili, e questo ci farà provare una sensazione al tempo stesso di disgusto e piacere. Uno sfogo liberatorio.
Dedichiamo gran parte della nostra esistenza a trovare prove che confermino l’esattezza del modello allucinatorio racchiuso nel nostro cranio. Siamo attratti da quel tipo di arte, da quei media e da quelle storie che combaciano con i nostri modelli, e proviamo un senso di irritazione e di estraneità nei confronti di quelle che invece se ne discostano. Osanniamo quei leader culturali che si fanno paladini delle nostre bandiere e, di fronte ai loro avversari, ci sentiamo offesi, profondamente irritati, oltraggiati e proviamo il desiderio di punirli, magari augurando loro ogni tipo di umiliazione. Amiamo circondarci di gente che la pensa come noi. La parte più piacevole del nostro tempo sociale è quella che dedichiamo a stringere legami ancor più forti con i nostri simili, per offrirci conferme a vicenda e ribadire quanto abbiamo ragione, soprattutto se si tratta di questioni controverse. Quando incontriamo persone con modelli neurali insolitamente simili ai nostri, non smetteremmo mai di parlare con loro.

Ovviamente va anche detto che non siamo sempre pronti a difendere così strenuamente le nostre posizioni e questo emerge bene nello studio di Kaplan, Gimbel e Harris (vedi bibliografia). Le convinzioni che difenderemo con tutte le nostre forze sono quelle su cui abbiamo costruito la nostra identità, il nostro sistema di valori e la nostra teoria del controllo. Un attacco a queste idee equivale a un attacco alla struttura fondante della realtà che viviamo. Ed è proprio da questo tipo di convinzioni e da questo tipo di attacchi che traggono linfa le storie migliori.
Gran parte dei conflitti che ci troviamo ad affrontare nella vita nascono proprio da questi comportamenti difensivi. Coinvolgono persone con percezioni del mondo contrastanti che lottano per convincere la controparte che hanno ragione, affinché il modello neurale dell’altro finisca per cedere e combaciare con il loro. Se tali conflitti talvolta risultano così dolorosi e insanabili è anche a causa del realismo ingenuo. Dato che la nostra allucinazione della realtà sembra evidente e inoppugnabile, la sola conclusione a cui potremo giungere è che il nostro antagonista sia un pazzo, un bugiardo o una brutta persona. E lui o lei penserà esattamente lo stesso di noi.
Ma è anche tramite conflitti di questo tipo che i protagonisti riescono ad apprendere e a cambiare. Mentre fanno i conti con gli eventi della trama, di norma verranno posti di fronte a una serie di ostacoli e colpi di scena, che spesso si presenteranno sotto forma di personaggi secondari, ognuno dei quali sperimenterà il mondo in un modo specifico e funzionale alla storia. Cercheranno di convincere il protagonista a vedere il mondo come lo vedono loro. In seguito all’incontro con questi personaggi il modello neurale del protagonista subirà dei cambiamenti, anche se magari molto lievi. I protagonisti della storia rischieranno di essere portati fuori rotta dagli antagonisti, che talvolta incarnano la versione più oscura ed estremizzata dei loro stessi punti deboli; così come sapranno trarre insegnamenti preziosi dagli alleati, che spesso incarneranno i nuovi modi di essere che il nostro eroe dovrà adottare.
Tuttavia, prima che abbia inizio questo intenso processo di cambiamento, il modello neurale dei nostri protagonisti apparirà loro ancora convincente, anche se, forse, inizierà a creparsi ai bordi. Potrebbero aprirsi le prime falle nella loro capacità di controllare il mondo, qualcosa che tenteranno in tutti i modi di ignorare. Potrebbero presentarsi situazioni infauste e scoppiare conflitti. Finché non accadrà qualcosa…
Le buone storie hanno una sorta di punto di innesco. Quel meraviglioso istante in cui abbiamo un sussulto, ritrovandoci improvvisamente più coinvolti. In una sequenza di eventi basati su causa-effetto il punto di innesco è il primo che obbligherà il protagonista a mettere in discussione le sue convinzioni più profonde. Questo evento spesso provocherà scosse telluriche che finiranno per lesionare il nucleo stesso della sua imperfetta teoria del controllo. Ecco perché lo vedremo comportarsi in modo anomalo. Lo vedremo reagire oltre misura o fare qualcos’altro che viola le nostre aspettative. È questo il segnale inconscio che ci fa capire che tra personaggio e trama è scattata la magica scintilla. La storia ha ufficialmente inizio.
Il viaggio dell’eroe visto dalla scienza
Rivediamo allora alcune delle tappe fondamentali del viaggio dell’eroe alla luce dei risultati finora esposti:
- Il mondo ordinario: qui facciamo la conoscenza del protagonista e del suo modello di realtà.
- La chiamata all’avventura: un evento, un fatto o una notizia arrivano e mettono il protagonista di fronte ad un nuovo e differente modello di realtà che cozza con il suo personale modello e lo mette in crisi. La chiamata all’avventura non è altro che un invito al cambiamento. In Una nuova speranza, l’episodio 4 di Star Wars, questo avviene quando R2D2 proietta il messaggio della principessa Leia e, di conseguenza, Luke conosce poi Obi Wan. Luke apprende della ribellione, dei Jedi e della Forza, tutte informazioni che compongono per lui un nuovo modello della realtà.
- Il rifiuto della chiamata: come abbiamo visto, cambiare il proprio modello è arduo e difficile e, di fronte a nuove informazioni che contraddicono le nostre più profonde convinzioni, reagiamo come se ci trovassimo a fronteggiare una minaccia fisica, quindi ci mettiamo sulla difensiva e rifiutiamo le nuove informazioni. È abbastanza naturale che l’eroe, in un primo momento, rifiuti la chiamata all’avventura. Ed è quello che fa anche Luke, perché tutti quei discorsi che gli fa Obi Wan contraddicono la sua visione del mondo.
- L’incoraggiamento del mentore: il modello del protagonista inizia a mostrare i suoi limiti e alcune crepe ma non per questo lui o lei sarà disposto a cambiarlo facilmente e ad accettarne uno nuovo. Il protagonista sarà spiazzato quando il suo modello va in crisi e un mentore può essere d’aiuto nel difficile compito di comprendere prima e abbracciare poi il nuovo modello. Se non so cosa e come cambiare il compito diventa assai arduo. Luke viene addestrato a più riprese prima da Obi Wan e poi, in maniera più sistematica, da Yoda per diventare un cavaliere Jedi.
- La prima soglia e l’ingresso nel mondo straordinario: dopo il rifiuto iniziale l’eroe ascolta la chiamata all’avventura, supera i dubbi e le paure e fa i preparativi per entrare nel mondo straordinario, a lui estraneo. Ma cosa lo ha indotto a intraprendere la via del cambiamento se tale cambiamento è tanto difficile? Ci sono stati i doni e i consigli del mentore, è vero, ma di solito questi non bastano a smuovere l’eroe. Spesso il suo coinvolgimento definitivo è determinato da qualche forza esterna che cambia il corso o l’intensità della storia. Ad esempio l’antagonista o qualcuno dei suoi sgherri può uccidere, fare del male, minacciare o rapire qualcuno legato all’eroe, eliminando ogni esitazione. È quello che accade in Una nuova speranza: Luke si decide a partire solo quando vede la sua fattoria distrutta e gli zii uccisi dagli imperiali, cosa che lo costringerà, tra le altre cose, a rivedere le idee che aveva sull’Impero (all’inizio del film Luke voleva iscriversi all’accademia militare per sfuggire alla noia della vita agricola).
- Prove, alleati e nemici: come abbiamo detto cambiare il proprio modello non è facile, è un processo faticoso che richiede il superamento di varie prove e difficoltà, un processo in cui avremo alleati che ci aiuteranno e nemici che ci ostacoleranno. Tale processo porterà infine all’acquisizione di un nuovo modello della realtà.
- La seconda soglia e la prova centrale: la prova centrale è un necessario momento di verifica in cui l’eroe dovrà dimostrare di aver fatto tesoro delle lezioni apprese nel suo percorso di cambiamento e di saper padroneggiare un minimo il nuovo modello della realtà. Tutto ciò non è però sufficiente.
- La terza soglia e la resurrezione: come abbiamo visto le credenze sono dure a morire e questo è particolarmente vero per quelle che più fanno parte integrante e fondamentale della nostra identità. Il protagonista sarà veramente riuscito ad abbandonare in maniera definitiva le vecchie credenze per abbracciare in maniera convinta e duratura le nuove, quelle che ha duramente e faticosamente appreso nel suo viaggio? È
necessaria quindi un’ultima prova, un momento in cui l’eroe sfiora la morte per poi risorgere. In realtà è il vecchio sé dell’eroe, il suo vecchio modello di mondo a morire, cosa che però può essere vissuta quasi come una morte fisica durante un attacco fisico. Se l’eroe supera la prova rinasce come una persona nuova, cambiata. Cambiata perché ha assimilato un nuovo modello di mondo che gli garantisce un migliore controllo su di esso. Nel climax di Una nuova speranza, Luke vede morire molti compagni nello sforzo di distruggere la Morte Nera. Rinuncia a una parte della sua personalità, la fiducia nelle macchine e, dando ascolto alla voce di Obi Wan che sente nella sua mente, decide di fidarsi definitivamente della Forza, impiegandola con successo.
Fonti bibliografiche
- Il viaggio dell’eroe, di Christopher Vogler, Dino Audino editore
- La scienza dello storytelling. Come le storie incantano il cervello, di Will Storr, edizioni Codice
- L’antieroe dai mille volti. La migrazione di un dispositivo narrativo dalla letteratura alla serialità televisiva, di Andrea Bernardelli, Between, VI.12 (2016)
- La scienza dell’incredibile. Come si formano credenze e convinzioni e perché le peggiori non muoiono mai, di Massimo Polidoro, Feltrinelli
- Neural correlates of maintaining one’s political beliefs in the face of counterevidence, di J. Kaplan, S. Gimbel e S. Harris, in “Scientific Reports”, vol. 6, n. 1, 2016
- The Redemptive Self, Dan P. McAdams, Oxford University Press, Oxford 2013
- Brain and Culture, Bruce Wexler, MIT Press, Cambridge (MA) 2008
- La mente politica e il ruolo delle emozioni, Drew Westen, il Saggiatore, Milano 2008
- The Heretics: Adventures with the Enemies of Science, di Will Storr, Picador, 2014