In un precedente articolo dedicato a Henry Rider Haggard, creatore del celebre Allan Quatermain e autore de Le miniere di re Salomone, avevo sottolineato l’abile uso che lo scrittore inglese fa dell’ironia e delle battute che, inframezzate alle scene d’azione, stemperano la tensione. Un metodo ed uno stile che sarà poi sfruttato anche da Spielberg per i suoi Indiana Jones.
Per non sembrare un vecchio bacucco che vive nel passato ogni tanto guardo anche qualche film d’avventura più recente e ieri mi sono imbattuto nell’ultimo Tomb Rider, uscito nel 2018.
Il film si apre con un’atletica Alicia Vikander, la nuova Lara Croft, che affronta un’altrettanto atletica avversaria in un incontro amichevole di lotta. Nulla di sensazionale fin qui. In breve si passa ad un rocambolesco inseguimento in bici per le vie di Londra, poi ad un inseguimento ad Hong Kong con tanto di scazzottata, poi uno spettacolare e catastrofico naufragio su un’isola giapponese, poi sparatorie, fughe, inseguimenti, combattimenti, altre sparatorie e altre scazzottate in un parossismo del parossismo del parossismo, una serie interminabile di scene d’azione che non lasciano spazio a nulla se non alla preparazione della prossima scena d’azione. Di battute ironiche neanche una a pagarla oro.
Non volendo avevo trovato la perfetta antitesi dello stile haggardiano.

Non voglio dilungarmi qui in una critica sul film né sulla discutibile tendenza moderna di realizzare film basati sui videogiochi, preferisco piuttosto concentrarmi sull’antitesi cui ho accennato nel paragrafo precedente.
Da amante dei film d’azione degli anni ’80 e ’90 prediligo sequenze concitate stemperate poi da battute che strappano una risata – ve lo ricordate John McClane nei primi tre Die Hard?
Sembra che io stia semplicemente parlando dei miei gusti personali, tuttavia essi poggiano sull’osservazione oggettiva di tecniche narrative: se la tensione non viene mai stemperata, allora la successiva scena deve essere ancora più spettacolare e rocambolesca della precedente affinché lo spettatore resti sorpreso, incollato alla sedia e non avverta una sensazione di ripetizione. E la scena che segue a quelle deve essere di una tacca più spettacolare, in un crescendo che finisce per sfociare nella gratuità, nella stucchevolezza e nell’improbabile.
Aumentare il ritmo e la tensione, quindi, non è più un mezzo della narrazione, diventa il fine. Gli sceneggiatori, il regista e le maestranze debbono inventarsi di tutto e di più, al punto che vediamo la nostra Lara, dopo essere caduta in un fiume, aggrapparsi al relitto arrugginito di un aereo per evitare di cadere in un baratro spaventoso, che ricorda un abisso lovecraftiano. La carcassa metallica è sospesa in maniera precaria tra la riva ed una grossa roccia ed il suo deplorevole stato innesca altre scene d’azione a raffica: l’ala su cui cammina Lara che si spezza, l’aereo che scivola fino a restare sospeso nel vuoto, la cabina di pilotaggio che cede, Lara che infine trova un paracadute, ma poi si scopre che il paracadute è tutto sdrucito, eccetera, eccetera.
Questo film non è ovviamente l’unico a ricorrere ad un utilizzo parossistico ed esagerato dell’azione, anche certa narrativa d’avventura lo fa, con opere che sembrano più sceneggiature hollywoodiane che romanzi. Un buon esempio è Amazzonia, di James Rollins, di cui forse parlerò in un articolo più avanti. Il risultato finale dell’impiego di una tale tecnica è senz’altro spettacolare ma poi resta ben poco del film o del romanzo, se non un senso di sazietà da abbuffata che rasenta il soffocamento. Forse, per citare un altro celebre film d’azione con qualche battuta ironica, sono io che sono troppo vecchio per queste stronzate.
Voi che stile preferite? Quello haggardiano o quello alla Tomb Rider?



