Il Commonplace Book: idee per racconti e avventure

L’OMBRA VENUTA DAL TEMPO.
In un’antica città sepolta un uomo trova un documento semisbriciolato risalente a età preistoriche, ma scritto in inglese e con la sua calligrafia, che racconta una storia incredibile. Viaggio dal presente al passato. Descrizione realistica di quest’ultimo.

H.P. Lovecraft, Commonplace Book. Usato per “The Shadow out of Time”.

Per quasi vent’anni, dal 1918 al 1935, Lovecraft tenne un taccuino d’appunti (Commonplace Book) a cui ogni tanto, con grande parsimonia, aggiungeva qualche nota. Il Commoplace Book “… in realtà, poi, non era neppure un vero taccuino, ma una serie di fogli sciolti, piegati in due e inseriti l’uno nell’altro (lo scrittore cercava di risparmiare i soldi del cartolaio).” (1) Un taccuino vero e proprio si ebbe successivamente, quando, il 7 maggio 1934, Lovecraft consegnò il manoscritto all’amico Robert Hayward Barlow perché lo battesse a macchina.
Lo scrittore di Providence ci presenta così il Commonplace Book:
“Questo «libro» consiste di idee, immagini e citazioni buttate giù in fretta in vista di un loro possibile impiego in opere di narrativa fantastica. Poche di esse sono vere e proprie trame: per la maggior parte, si tratta di semplici impressioni, verbali o visive, la cui funzione è quella di mettere in moto la fantasia. Le loro fonti sono molteplici: sogni, fantasticherie, frasi lette o udite, incidenti casuali, divagazioni oziose, e così via.” (1)
Quello che inizialmente fu un taccuino divenne poi una vera e propria opera, che Gianni Pilo e Sebastiano Fusco così descrivono: “… un’opera affascinante, nella quale il Fantastico si presenta allo stato puro, come nuda immagine non ancora rivestita di parole. È il meglio della fantasia che batte sull’incudine del reale, facendone sprizzare favolose scintille. La straordinaria forza evocatrice dell’immaginazione di Lovecraft vi si manifesta con ineguagliata potenza, attraverso lampi improvvisi, paradossi, contrapposizioni («La migrazione dei lemming… Atlantide»), immagini subitanee («Un cane vampiro»). È la matrice stessa del Fantastico, in un territorio sospeso fra sogno e sensazione, simbolo e razionalità.” (1)
Delle numerose note che Lovecraft prese nel corso degli anni, poche diventarono racconti completi come “L’ombra venuta dal tempo”: “… ma non – crediamo – per indolenza da parte dell’autore. Piuttosto perché, sia pure in pochissime righe, spesso in sole due o tre parole, ciascuna è un’opera letteraria finita e conchiusa, in sé perfetta.” (1)

NOTTURNO.
Strana visita notturna in un luogo fantastico. Sotto la luce lunare, un castello dalla mole imponente. Ma il giorno mostra una scena del tutto diversa: abbandono o rovine irriconoscibili, apparentemente antiche al di là di ogni memoria.

Il Commonplace Book è una lettura interessante per chi, immergendosi tra le sue righe, volesse cercare ispirazione per racconti, romanzi o avventure per il gioco di ruolo. Vediamo un esempio: la seguente nota del 1918, intitolata “Cadere in sogno”, descrive con brevità ed efficacia una scena che si presta molto bene ad essere il punto di partenza di un’avventura horror o investigativa, ovvero il ritrovamento di un cadavere. Nella nota è accennato anche il corrispondente retroscena riservato al narratore/master e che i personaggi dovranno scoprire: la causa del decesso, che afferisce al mondo del soprannaturale.

Un uomo sogna di cadere; viene trovato sul pavimento di una stanza, maciullato come se fosse precipitato da un’enorme altezza.

La nota che segue, dal titolo “Ossa corrose” e scritta nel 1931, si limita invece a descrivere un suggestivo e dettagliato scenario, un singolo fotogramma che non dà molti indizi sulla trama eccetto quello, vago e proprio per questo inquietante, riguardo la presenza di una minaccia, un predatore evidentemente pericoloso. Uno scenario in ogni caso affascinante ed immersivo ed un indizio più che sufficiente per costruirci intorno un’avventura breve oppure una scena horror o d’azione all’interno di una storia più estesa.

Un deserto di roccia. Su una rupe, una porta preistorica. Nella valle antistante, le ossa di milioni di animali sia moderni che preistorici: alcune di esse recano il segno di denti mai osservati in natura.

Qui ogni parola è un’informazione rilevante e credo che Lovecraft abbia volutamente evitato di descrivere l’antichissima creatura che ha lasciato quei segni: farlo avrebbe tolto alla scena tanto della sua suggestione, del suo mistero e del suo fascino.

Fonti: (1) Howard Phillips Lovecraft, Commonplace Book, in Le storie dell’orrore puro, L’incubo – Tomo II, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, 1993, Newton Compton editori.

Lascia un commento